Ieri ho saputo della scomparsa del professor Mario Nordio.
Il professor Nordio è stato mio relatore di tesi triennale e specialistica. Ho dato diversi esami con lui, su diversi argomenti. Aveva una cultura straordinaria e vastissima, che ci offriva, a lezione, con levità. Ogni sua lezione era una scoperta, un piacere, ed anche un divertimento. Ricordo tra le altre cose delle battute che raccontava durante la lezione, e che erano sempre, lì, un modo per arricchire la nostra comprensione.
Ricordo in particolare una delle prime lezioni sue che seguii. Il corso all’epoca, nel 2003, si chiamava “Storia dell’Iran dall’avvento dell’Islam all’età contemporanea”, e all’inizio non avevo un’idea chiara di che cosa si trattasse. Era un monografico in due moduli sullo sviluppo dell’Islam politico, un argomento di cui non sapevo quasi niente e che grazie a lui è diventato uno dei miei interessi di studio. Ero tra i pochi studenti del primo anno che, per la prima volta, lo seguivano e che sono arrivati all’esame. Ero stato piacevolmente sorpreso della lode al primo modulo. Nordio chiedeva di studiare molto, e faceva bene, ma all’esame ti metteva completamente a tuo agio. Gli esami con lui erano una chiacchierata. Non ho mai sentito nessuno uscirne con un voto basso, ma era un esame vero, e i primi due li vissi come delle prove faticose.
Quella deve essere stata una delle prime lezioni del secondo modulo, il monografico su Hizbullah che sarebbe diventato, anni dopo, il punto di partenza per la mia tesi di specialistica. Era il giorno in cui gli Stati Uniti invasero l’Iraq. Tutti noi eravamo tesi, quella mattina in università, tesi ed incazzati e sconvolti e, anche se non era una sorpresa per nessuno, un po’ increduli ancora. Forse non ci si immaginava del tutto la catastrofe che quella guerra sarebbe stata per il Medio Oriente, ma penso che tutti noi fossimo già consapevoli che tutto quello che l’amministrazione americana aveva detto per giustificare l’aggressione erano volgari menzogne. E per quanto mi riguarda, il professor Nordio era uno di quelli a cui dovevo questa consapevolezza.
Anche lui sembrava scosso ed arrabbiato, quel giorno. In classe disse una cosa che suonava come “qualunque cosa accada, il mio compito è insegnarvi ed il vostro è studiare e capire”, anche se non ricordo le parole che usò. Poi ci disse. “Bene. Facciamo un gioco”. O meglio, facciamo un Gioco.
Quel giorno, ad una lezione di “storia dell’Iran”, imparai, anche se allora non lo sapevo, più matematica che in tutto il liceo. Il Gioco era basato sul Dilemma del Prigioniero, un problema classico della matematica della Teoria dei Giochi. La classe era divisa in due squadre che potevano scegliere, verso l’altra, “guerra” o “pace”. Il payoff (ossia il punteggio ottenuto) ad ogni turno era tale che se entrambi scegliavano “pace” si aveva un punteggio positivo, se entrambi sceglievano “guerra” uno molto negativo. Se uno sceglieva “pace” e uno “guerra”, l’aggressore aveva un punteggio molto positivo e il pacifista uno molto negativo.
Non ci potevamo parlare, ovviamente, tra le due squadre, ma (a differenza del Dilemma del Prigioniero classico, in cui entrambi scelgono l’equivalente di “guerra” perdendoci), il gioco era iterato.
Solo perché quel giorno era quel giorno, riuscimmo ad essere pacifisti. Di solito, ci disse, si finiva con la devastazione reciproca.
Nella seconda parte della lezione lui introdusse delle complicazioni, la possibilità di parlare, e di mentire, che simulava la diplomazia, e altre cose che non ricordo, credo anche l’equivalente di un attacco atomico. Fu una simulazione semplice, ma stimolante.
Solo molti anni dopo, nel 2009, ho letto nell’appendice a The Selfish Gene di Richard Dawkins del lavoro matematico di Axelrod su questo tipo di simulazioni. Ma dubito che avrei capito questa, ed altre, cose, senza quella lezione. E non è la cosa più importante. Per me, importante è stato quel giorno, quella lezione, quel Gioco.
Ecco, forse questa è la cosa più bella che posso dire del Professor Mario Nordio: era qualcuno che, in classe, agli esami si metteva e ci metteva in Gioco.