Articolo non proprio aggiornato, ma mi e` capito sotto mano solo ora..
January 15, 2007 The Neo-Barbarians by Michael Warschawski
http://www.jerusalemites.org/articles/english/2007/15.htm
roby
19 Dicembre 2007 a 10:02 am (Israele, Palestina)
Articolo non proprio aggiornato, ma mi e` capito sotto mano solo ora..
January 15, 2007 The Neo-Barbarians by Michael Warschawski
http://www.jerusalemites.org/articles/english/2007/15.htm
roby
17 Dicembre 2007 a 11:29 pm (Israele, News, Palestina)
Prerequisiti per la pace
di Mustafa Barghouthi
Come persona che da decadi ha sostenuto una soluzione basata su due Stati e la lotta non violenta per i diritti dei Palestinesi, guardo alla recente Conferenza di Annapolis con una grande dose di scetticismo e un barlume di speranza.
Sette anni senza negoziati – e un numero crescente di insediamenti israeliani, un blocco economico a Gaza e una rete intricata di blocchi stradali e checkpoint che impediscono il movimento nella West Bank- ci hanno portati alla disperazione e alla diffidenza. Ogni impegno deve essere attuato non solo per concludere un accordo entro il 2008 ma anche per porre fine all’occupazione di Israele.
I Palestinesi devono anche rimarginare le loro divisioni interne. Ciò deve includere riforme istituzionali per sradicare la corruzione e il nepotismo. Il primo passo in questo processo sono le elezioni democratiche ad ogni livello del governo.
Dobbiamo liberarci della falsa dicotomia tra Fatah e Hamas. Queste non sono le uniche opzioni. Il mio movimento, la Palestinian National Iniziative che esiste da 5 anni, offre un’alternativa puntando su elezioni democratiche, su un governo trasparente e sulla costruzione delle istituzioni. Il nostro scopo è di democratizzare e di coinvolgere il movimento nazionale palestinese in un’unica strategia che si confronti con l’attuale occupazione militare e la confisca della nostra terra e delle nostre risorse. Noi ci battiamo per raggiungere i nostri diritti nazionali nella nostra paese e per stabilire una giustizia sociale e sostenere i diritti degli svantaggiati e degli emarginati, incluse le donne, i bambini e le persone disabili.
La Palestinian National Iniziative è nata in risposta agli appelli della popolazione palestinese per la possibilità di partecipare nella creazione di uno stato indipendente, fattibile, democratico e prosperoso che garantisca sicurezza, giustizia, uguaglianza davanti alla legge e una vita dignitosa per i suoi cittadini.
Il fermo impegno del nostro movimento per la democrazia e la non violenza può essere visto, per esempio, nelle nostre manifestazioni pacifiche contro il muro dell’Apartheid israeliano. Per oltre due anni, abbiamo sostenuto la lotta popolare – e per questo di successo- di Bili’in, villaggio della West Bank, per la rimozione del muro dalla sua terra. Abbiamo reiterato queste azioni non violente, con il sostegno di gruppi di solidarietà internazionali, in altre città e villaggi della Cisgiordania.
Ma la piena democrazia, una reale riforma e unità che il nostro popolo merita non può fiorire sotto i presupposti dell’occupazione. Il governo di unità nazionale è crollato quest’anno quando il governo era incapace di pagare i suoi lavoratori dopo che Israele ha trattenuto centinaia di milioni di dollari in tasse che appartenevano all’Autorità Palestinese.
Inoltre, troppi civili innocenti palestinesi e israeliani hanno sofferto e sono morti a causa della persistenza dell’occupazione militare delle nostre terre da parte di Israele. La nostra vita quotidiana peggiora perché siamo continuamente schiacciati e ridotti in riserve di terra sempre più piccole e Israele continua ad accerchiare Gerusalemme con insediamenti illegali che la segregano e separano dalla West Bank. Il numero delle colonie israeliane nella West Bank, inclusa l’occupata Gerusalemme Est, è cresciuto dalle 268,000 a più di 420,000 da quando furono firmati gli accordi di pace di Oslo. Anche oggi, Israele sta tradendo le sue promesse -sotto la “road map” per la pace sponsorizzata dagli Stati Uniti- di congelare ogni attività degli insediamenti.
Siamo consapevoli della storia dolorosa dei nostri vicini Israeliani. La sofferenza sopportata dagli Ebrei nell’Europa Cristiana è stata terribile. Ma oggi, Israele ha la più grande potenza militare del Medio Oriente, e i Palestinesi sono quelli che soffrono di più.
I palestinesi hanno partecipato ad Annapolis in buona fede. Ma noi non possiamo semplicemente abbandonare i diritti del nostro popolo, rifugiati inclusi. Noi cerchiamo per loro niente di più di quello che spetta loro secondo il diritto internazionale, e un modo deve essere trovato per arrivare a questi diritti inalienabili.
Abbiamo fatto la nostra più generosa offerta nel concordare di stabilire il nostro Stato sovrano nella Cisgiordania e a Gaza, solo con il 23% della Palestina storica. Questo è approssimativamente la metà di quello che le Nazioni Unite ci hanno assegnato circa 60 anni fa. Abbiamo già più che fatto il nostro compromesso storico con Israele. Compromettere il compromesso rischia di lasciarci con uno scheletro di stato.
E uno stato insensato e vuoto non è la base su cui costruire una pace sostanziale. Uno stato solo di nome non sarà abbastanza. Uno stato richiede sovranità. Uno stato richiede libertà di movimento e una libera economia. Uno stato richiede un governo democraticamente eletto che possa governare indipendentemente, senza interferenze da parte di Israele.
Annapolis ha rappresentato un’opportunità – forse l’ultima prima che la possibilità di una soluzione di due Stati svanisca. Il popolo palestinese concorderà sui due Stati solo quando Israele ritirerà i suoi insediamenti e rimuoverà il muro, quando finirà la sua brutale occupazione militare dei territori palestinesi conquistati nel 1967, quando riconoscerà i diritti dei rifugiati e sarà d’accordo nel condividere Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Tuttavia, se la soluzione di due stati diventasse impossibile, i futuri leader di Palestina potrebbero essere costretti a chiedere uguali diritti all’interno di uno stato. Spetta a Israele accelerare verso una soluzione di due stati.
La domanda di base che i Palestinesi hanno per Israele è: Saremo trattati come uguali esseri umani, con pari diritti e pari dignità? Se la risposta è sì, allora ci sarà una soluzione basata sui due stati. Allora ci sarà la pace.
Mustafa Barghouthi, medico, membro del Parlamento Palestinese e ex Ministro dell’Informazione, ha fondato organizzazioni che assicurano servizi sanitari per i Palestinesi. da Daily News - 12.12.2007. Traduzione dall’ inglese a cura ufficio Segreteria di Luisa Morgantini
4 Dicembre 2007 a 7:42 pm (Viaggi)
La seconda parte del mio diario di viaggio sullo Yemen è dedicata agli ebrei e a ciò che resta dell’ebraismo yemenita.
Forti di libri letti sulla antichissima e affascinante comunità ebraica yemenita, di qualche cena a ristoranti yemeniti in Israele, nonché di confuse notizie carpite da Internet e volenterosi ricercatori su presunti superstiti ebrei in villaggi a nord di Sana’a e nel governatorato di Sa’dah, io e le mie tre compagne di viaggio appena arrivati a Sana’a ci siamo armati di pazienza e siamo corsi alla shurta sahafiya (meglio nota come tourist police) per avere il permesso di andare, accompagnati da un autista yemenita, a Ra’idah, un ameno villaggio a nord della capitale dove le notizie in nostro possesso situavano il grosso degli ebrei yemeniti rimasti.
Dopo aver scovato tre poliziotti sdraiati per terra a masticare qat, aver telefonato all’autista, coinvolto un poliziotto come traduttore telefonico dall’arabo all’inglese, otteniamo l’agognato permesso per Ra’idah. Inutile il tentativo per Sa’dah, zona tribale per la quale ci sarà negato il permesso.
Al mattino alle otto arriva l’autista che, subito, si convince che noi siamo quattro ebrei alla ricerca di propri confratelli dispersi. A nulla varranno i nostri tentativi di parlare arabo, sviare la conversazione eccetera. Ad ogni posto di blocco, l’autista ci presenta (più o meno) come ‘arba italiyyin o meglio: yahud. Evvai!!! Arriviamo a Ra’idah, salutiamo l’autista che va a pranzare per i fatti suoi e noi, subito, notiamo un bambino con le pe’ot, i riccioli degli ebrei ortodossi. Lo seguiamo e in men che non si dica ci troviamo in casa di una famiglia (moooolto allargata) di ebrei yemeniti, uomini, un vecchio pazzo che protesterà per l’assenza delle pe’ot a lato delle mie orecchie. Per farla breve, armati di registratore vocale e di fotocamere digitali, il nostro animo di antropologi e ebraisti prende il sopravvento e iniziamo a fare domande sulle sinagoghe, quanti sono, dove sono, se hanno rapporti con Israele, di cosa vivono, quali sono i rapporti coi vicini musulmani, le feste, come fanno a mantenere la kasherùt e molte altre domande. La conversazione, metà in ebraico, un po’ in arabo e ogni tanto col soccorso estremo dell’inglese, è alquanto bizzarra. Gli ebrei di Ra’idah parlano un ebraico talmente arabizzato da risultare a tratti incomprensibile, in più spesso si contraddicono tra loro (ad es. su quanti ebrei siano rimasti, nonché su altri argomenti).
Qualche tazza di té dopo, un ebreo sulla quarantina che da subito era sembrato il più propenso al dialogo si offre di portarci al vecchio cimitero ebraico. Inizia un lento viaggio in jeep col nostro autista ormai definitivamente convinto di avere adesso addirittura cinque ebrei sulla sua macchina. Dopo aver sbagliato strada tre o quattro volte, arriviamo ai piedi di alcune montagne, in mezzo a campi coltivati e qualche rara casupola. Poi, poco più in là, nel bel mezzo del nulla: un campo di pietre bianche, quasi tutte rotte, mezze interrate, con erba e sterpi dappertutto. Io e la mia guru universitaria abbiamo un tuffo al cuore: è il cimitero. Ci avviciniamo e increduli riusciamo a leggere due lapidi, una soprattutto è piuttosto ben conservata: Rachel bat Avraham, Rachele figlia di Abramo. Sono in Yemen, sto parlando ebraico e mi trovo di fronte ad una tomba ebraica di chissà quale epoca. Se è un sogno, non svegliatemi. Ma il meglio deve ancora venire.
Ancora storditi da quanto visto, torniamo a Ra’idah e da lì il nostro Yosef/Yusuf ci accompagna al villaggio accanto, dove c’è un’altra sinagoga (anch’essa però è chiusa perché il detentore delle chiavi è assente) e, soprattutto, due piccole scuole ebraiche per bambini e bambine. Arriviamo in un cortile inondato dal sole e, dietro una porta, in una stanza piena di polvere, troviamo una classe di nove o dieci bambine ebree che salmodiano in ebraico guidate da una maestra. Velate e/o con le colorate cuffie della tradizione ebraico-yemenita, ripetono parole in ebraico. Alle pareti l’alfabeto ebraico, libri che arrivano da Israele o con sovvenzioni di associazioni ebraiche americane. La scuola maschile è poco distante, e lì una classe di ragazzini con le pe’ot ripete altre parole in ebraico. Il maestro, da buon yemenita, mastica qat.
Dopo molti shalom, migliaia di barukh ha Shem (”benedetto il Signore”), todah (”grazie”) eccetera, totalmente abbacinati da quanto visto, fieri delle nostre foto, filmati e registrazioni, torniamo a Sana’a dopo il tramonto.
In Yemen sono rimasti qualche centinaio di ebrei (200, 400: non si sa con precisione). Alcuni a Sa’dah, a Ra’idah, altri a Sana’a (dove esiste ancora un vecchio quartiere ebraico, con stelle di David su alcuni edifici e qualche ricordo carpito dagli abitanti più anziani, nella zona di El-Gah che abbiamo visitato qualche giorno dopo).
Gli ebrei che abbiamo incontrato, tra i venti e i cinquant’anni (bambini esclusi), sembrano vivere in modo piuttosto semplice, isolati dal resto della comunità non ebraica, limitati in molte cose da proibizioni governative. Alcuni vogliono emigrare in Israele e raggiungere parenti a Beer Sheva, Ashdod o negli USA. Parlano e scrivono in ebraico, spesso parlano arabo yemenita ma non sanno leggerlo perché è loro vietato frequentare scuole altre da quelle ebraiche del villaggio.
Fino agli anni ‘50 gli ebrei yemeniti erano più di cinquantamila, oggi quasi tutti in Israele. Il futuro degli ebrei yemeniti sembra irrimediabilmente segnato, andando ogni giorno di più in direzione dell’estinzione. Eppure la diaspora yemenita è una delle comunità più antiche e affascinanti della storia ebraica. Una storia che inizia con re Salomone e la regina di Saba e attraversa i secoli per giungere fino a noi negli occhi pieni di speranza di dolcissime bambine ebree che ripetono preghiere in ebraico, così come facevano le loro madri e le loro nonne, e così all’indietro nel tempo fino a quella Rachel bat Avraham (e mi sia concesso dire: zichronah li-vrachah, “sia benedetta la sua memoria”: e che sia davvero benedetta, se nel 2007 io ho potuto leggere il suo nome su una lapide semi distrutta) che, oggi, riposa in un cimitero abbandonato e ignoto a tutti, ai piedi delle alte montagne dello Yemen.
Dario
-Fine della seconda parte-
4 Dicembre 2007 a 8:35 am (Frivolezze, News)