Petizione contro la condanna a morte di due giovani omosessuali in Iran

Due giovani diciottenni iraniani, omosessuali, in questi giorni sono stati arrestati ed ora rischiano di essere condannati a morte dal regime fondamentalista rappresentato, tra gli altri, dal presidente Ahmadinejad.

Invito tutti a firmare questa petizione in aiuto di Hamzeh e Loghman.

Dario.

P.S. Ieri, Giornata della Memoria, ero a Firenze dove hanno conferito la laurea honoris causa a David Grossman. Momenti molto toccanti. Un saluto a tutti.

Appello per la costruzione di un monumento per gli immigrati morti e dispersi in mare

Ecco qui l’ appello lanciato da un’associazione di Lampedusa. Cosa ne pensate?

clikka qui 

Voi fate caso ai monumenti ?

A nna

Ticho Film

Ecco qui un distributore di cinema via web, ecco la descrizione della mia amica Silvia che me lo ha segnalato:

“Ciao a tutti, date un occhio a questo sito, che per me è stata una scoperta! Si tratta del primo distributore di cinema in Italia via web (come già molti se ne trovano in molti paesi del mondo), una società giovane, nata solo nell’aprile di quest’anno, ma che ha già acquistato i diritti (per l’Italia, s’intende) di un buon numero di film che NON SONO MAI STATI DISTRIBUITI NEL NOSTRO PAESE, e che quindi non sono mai “andati” in TV o al cinema ( e che probabilmente non ci andranno mai, come la maggior parte dei film, tanto più d’essai). I film si suddividono in 3 sezioni principali: documentario italiano-medioriente-queer, ma essendo questa una casa giovane, hanno in progetto di aumentare sempre più le sezioni (che i generi ormai si confondono) “

http://www.cinema-invisibile.com 

Buona visione!

A nna

Nadia Tuéni

Carissimi,

qui di seguito una poesia di un’autrice libanese, Nadia Tuéni, vissuta tra il 1935 e il 1983. Ne ho parlato in classe nell’ambito del corso sulla poesia politica. La mia presentazione si intitola “Women Poetry and Political Engagement” e dopo un’introduzione in cui ho raccontato come cambia il ruolo della donna quando il suo paese é in stato d’assedio, ho comparato due poetesse: Fadwa Tuwan, palestinese, e, appunto, Nadia Tuéni.

Secondo me si percepisce quando una poesia é scritta da una donna, perché racconta particolari e usa metafore che probabilmente ad un uomo sfuggono in un contesto simile…facciamo una prova, cosa vi colpisce in questa poesia?

A nna

How sad it is that often times

the image cuts short the word.

Flint against flint

two thoughts and their angle.

Those who have died are entitled

to a great black portrait

upon a blank wall,

to a New Year’s remembrance,

to the words of the living.

The gentle friend of yesterday,

stiletto heels and skirt blowing in the wind,

mingles  teardrop, with the sweat

of her new lovers.

Those who are dead have no scent of springtime.

Great birds rose up against the sky

at daybreak; and from lovers’ bodies,

slowly, morning dew  like a prayer.

War in Beirut.

 

Io mi preoccupo, e invece Tel Aviv fa sempre festa?

Nella speranza di rianimare questo blog ormai agonizzante, scrivo qualche riga sul mio ultimo viaggio in Israele, dal quale sono tornato da alcuni giorni.

Chi legge e mi conosce sa quali sono i vincoli che mi legano a questo paese, aggiungo che era la quarta volta che andavo e, in quest’occasione, la motivazione ufficiale era fare ricerche prima di presentare un progetto di PhD. Sono stato due settimane ospite a casa di una mia cara amica dell’Orientale di Napoli, che sta studiando per un anno all’università di Tel Aviv. Ho avuto modo di conoscere meglio questa città, alla quale finora avevo sempre preferito Haifa prima e Gerusalemme poi. Beh, mi sbagliavo perché Tel Aviv è una città davvero bella. E’ ovvio, non ha i monumenti e la storia di Gerusalemme.

Eppure, Tel Aviv è di una modernità e una “israelianità” eccezionali, e te ne accorgi camminando per i suoi viali con edifici Bauhaus, passando davanti alla casa di Bialik (il poeta nazionale israeliano), a piazza Rabin, facendo shopping per il Dizengoff Centre o nel mercato di Nachalat Biniyamin (che è una vera chicca: una sorta di Portobello o di Camden Passage londinesi trapiantato sul Mediterraneo, insomma per un anglofilo come me è il non plus ultra!). Il mare, i tantissimi locali notturni, i bar, i ragazzi israeliani che ho conosciuto: appassionati di cinema italiano, cultori della letteratura yiddish, giovani kibbutznikim. Tel Aviv è l’unica città in senso moderno di tutta Israele, piena di contraddizioni, tra la bohéme di Sheinkin (vicino a casa della mia ospite), la signorilità delle zone nord, il degrado della Stazione Centrale e dei quartieri lì attorno dove si accatastano le migliaia di immigrati filippini e russi. L’università ha una biblioteca ricchissima, come è il caso anche per quella di Gerusalemme dove sono stato per fare ricerca in alcuni archivi e dove ho incontrato la cara Roberta, gironzolando per la Città Vecchia. 

Una vecchia canzoncina israeliana dice che “ani do’eg, akh Tel Aviv tamid chogeget” che vuol dire “io mi preoccupo, e invece Tel Aviv fa sempre festa”. Ecco, non è proprio così però la canzone rende l’idea di quanto Tel Aviv sia per un verso davvero avvolta in una bolla, lontana dal conflitto fin quando esso non arriva nelle sue strade con un attentato o in casi di estrema gravità nazionale. Questo atteggiamento di apparente disinteresse di Tel Aviv e dei suoi abitanti verso ciò che agli occhi di un europeo è il tratto distintivo di Israele (cioé appunto il conflitto) in queste settimane mi ha fatto molto pensare e mi talvolta anche arrabbiare e rimpiangere Gerusalemme. Lì sei obbligato a pensarci, ti capita di passare da quartieri palestinesi a zone israeliane, la presenza ultraortodossa è imponente, spesso prendi l’auto e passi per i Territori, scorgendo i tetti delle colonie. 

A Tel Aviv, stai seduto a bere un cafeh afukh (buonissimo!!) in uno delle centinaia di caffé del centro, flirti col commesso di Celio al Dizengoff Centre, balli musica house in un locale di Sderot Rotschild ed è come essere (con le dovute proporzioni) a Londra o in una qualsiasi altra città medio-grande dell’Europa occidentale. Gli ortodossi in pratica non si vedono, mentre noti di più giovani israeliani alla moda, coppie di immigrati dalla Russia (questo però dappertutto in Israele), ragazzine vestite come Avril Lavigne, coppie gay… 

Si sta bene a Tel Aviv e questo benessere, peraltro non così generalizzato visto il degrado di certe aree della città, spesso a me (maschio, europeo, semi-ateo, omosessuale eccetera eccetera) metteva a disagio. Poi, forse, ci fai l’abitudine. E bevi un altro cafeh afukh, studi nella biblioteca dell’università insieme a due ragazze italiane, apri per la centesima volta la borsa per il controllo di sicurezza prima di entrare in un supermercato…

Poi una sera sei invitato da un professore israeliano ad una festa a casa di Amos Gitai, insieme a giornalisti tv israeliani, una poetessa yiddish ultraottantenne che canta una canzone che pare uscita da una storia di Sholem Aleichem (giuro che è tutto vero!). Poi a Gerusalemme incontri amici che non vedevi da qualche tempo, passi di nuovo davanti al Kotel (il cosiddetto “Muro del Pianto”) e un pochino, per la decima volta, ancora ti commuovi – sarà una mia deriva ebraica ma che dire? concedetemi almeno questo! 

Insomma, questo ennesimo viaggio in Israele mi ha lasciato ancora una volta confuso e felice. Forse è vero, “io mi preoccupo, e invece Tel Aviv fa sempre festa”. Ma se guardiamo bene, dietro le vetrine scintillanti di Sheinkin e le chiacchiere futili delle mie cene israeliane tra film americani, piéces teatrali, tra pollo arrosto, insalate e fragole alla panna in spregio a qualsiasi norma di kasherùt, dietro tutte queste cose permane un fondo di amarezza, pronto a riemergere non appena succede qualche cosa. 

In una serata trascorsa in un locale di piazza Dizengoff, c’era una canzone di Ben Artzi, “Karuselah”. E mi pare che una frase in particolar modo sintetizzi il modo di comportarsi di molti israeliani, una specie di “the show must go on” (sia quello cantato dai Queen che quello di Milva, o forse più di Milva?). Comunque la canzone dice che “qaruselah mistovevet be-ketzev mi-shelah”, “il carosello continua a girare col suo ritmo”.

E così anche noi insieme a Tel Aviv giriamo, giriamo con amarezza e un poco di rassegnazione. Sappiamo che non va tutto bene. Anzi, che va male. Ma tentiamo di mantenere il ritmo.

Dario.