No te paghi? No te parti.

No te paghi? No te parti. Mi sembra ovvio. E visto che, si sa, chi non paga il biglietto sono gli extracomunitari che ci rubano il posto di lavoro, gli zingari che rapiscono i bambini e i musulmani che vogliono le moschee al posto delle chiese, il comune di Treviso ha ben pensato di diffondere questa campagna contro il mancato pagamento dei biglietti sugli autobus urbani della città.

Come distruggere quindici anni e più di politiche sui migranti e a favore della multiculturalità con un solo manifesto. E non vi preoccupate: ne hanno stampato uno anche in cinese. Razzismo sans frontières. Ghe sboro

Dario.
(Grazie a River-blog per la segnalazione).

Amira Hass a Berlino

Mercoledí 21 maggio Amira Hass era qui a Berlino durante la rassegna “Checkpoint: l’unico festival di cinema israelo-palestinese” per presentare lo spettacolo MurMure, tratto dalle sue interviste con Mahmud Al Safadi, detenuto politico che nel 2004 partecipò allo sciopero della fame all’interno della prigione di Ashkelon. Ariel Cypel e Gael Chaillet hanno lavorato alla stesura della sceneggiatura e lo spettacolo é giá stato presentato al centro culturale parigino Confluences.

Qui a Berlino sono state lette alcune scene : l’ironia stempera e allo stesso tempo fa risaltare i dialoghi incalzanti. Amira Hass ha detto che questo le sembra l’unico modo per raccontare e far arrivare la situazione drammatica che vivono i palestinesi, perché i giornali israeliani pubblicano poche notizie sulla Palestina e sui territori occupati, perché la stanchezza palestinese é tanta e non c’è molta voglia di raccontare le proprie storie per poi avere la sensazione che non é servito a nulla.

Ariel Cypel si é occupato delle prigioni israeliane e ha raccontato come la prigionia in Israele non sia solo all’interno delle strutture penitenziare, ma anche all’esterno, grazie a quella barriera difensiva che non permette a nessuno di vedere il proprio vicino, ma solo di immaginarlo come brutto, sporco e cattivo. Il muro….dovremmo parlare molto di piú di quelle associazioni che su entrambi i fronti si impegnano per creare dei contatti che scavalchino quell’ obbrobrio di cemento armato.

Un paio delle mie sensazioni: parlare in Germania delle ingiustizie che compie Israele provoca un silenzio raggelato. Sicuramente chi partecipa ad una rassegna simile é molto piú sciolto, spesso sa parlare molto bene ebraico, perché ha vissuto un periodo piú o meno lungo in Israele e quando torna non puó tacere sui checkpoint o sui fermi ingiustificati o su tutte quelle piccole ingiustizie che rendono il quotidiano molto faticoso per tante persone (stress psicologico israeliano compreso).

Ora come ora é un momento particolarmente difficile, perché il dialogo é una vocina flebile, perché i palestinesi sono separati tra di loro, perché nel mondo succedono tante altre cose. Eppure in una prigione é nato un dialogo che é arrivato fino a qui.

Anna

ultimo stadio

L’ultimo stadio della rappresentazione della rivolta palestinese.

Dopo questo rimane solo un piccolo riquadro nei manuali di storia del liceo.

Sulle T-shirt di Urban Outfitters (vedi articolo Haaretz) ecco il giovane soldatino palestinese con kefiah e M-16 con la scritta “Victimized”. Dopo l’abbondanza di “kefie” alle manifestazioni della sinistra italiana (e quanto mi attiravano, comunque!) contro il ministro Moratti o Iervolino ecco un’ulteriore picconata data alla realta’ delle cose.

E tra l’altro 25 dollari non sono pochi.

Mattia

Ebrei, arabi, iracheni, mizrachim, israeliani?

Le mille e uno definizioni possibili per una diaspora ebraica oggi scomparsa, quella irachena, in un articolo di Ha’ Aretz. Come definire gli israeliani di origine irachena? Ebrei arabi, come suggerirebbe ad esempio la studiosa Ella Shohat? Israeliani tout court? Mizrachim, annullando però in questo modo le peculiarità che hanno rispetto agli ebrei egiziani, o marocchini, o yemeniti? E’ una domanda da un milione di dollari, anzi di shekel. Io non ho una risposta. Di sicuro so che la definizione di ebrei arabi mi è molto indigesta, come anche quella di mizrachim.

Chiamiamoli ognuno col proprio nome, forse è la cosa più semplice.

Dario.

Iran e omosessualità

Un reportage sull’omosessualità in Iran di Felix Cossolo, direttore della rivista gay “Clubbing”.

Dario.

Una giornata alla Fiera Internazionale del Libro di Torino

Da buon ebraista e bibliofilo, giovedì 9 maggio sono stato alla giornata inaugurale della Fiera Internazionale del Libro di Torino. Il tema di quest’anno è Ci salverà la bellezza, citazione dall’Idiota di Dostoevskji, e lo Stato ospite d’onore è - come ormai sanno anche i muri - Israele. Contestazioni, boicottaggi, una manifestazione prevista per sabato 11 maggio eccetera eccetera. Io vi racconto ciò che ho visto. Preciso che non ero mai stato alla Fiera del Libro.

Nonostante il sensazionalismo dei giornali, al Lingotto non c’era nessun contestatore inferocito e neppure qualcuno a distribuire volantini contro la presenza israeliana alla Fiera o cose del genere. Ho ascoltato l’ultima parte dell’intervento di Abraham Yehoshua, dopo essere corso giù dal treno e dall’autobus, aver schivato l’uscita in pompa magna del Presidente della Repubblica insieme all’augusta consorte e tutto l’entourage presidenziale. Yehoshua discuteva con Elena Loewenthal, che conoscerete come una delle principali traduttrici dall’ebraico all’italiano, nonché saggista e studiosa di ebraistica, e con Alessandro Piperno, scrittore romano autore del romanzo uscito nel 2005 per Mondadori Con le peggiori intenzioni (interessante, a me non è piaciuto moltissimo per quel che può valere il mio giudizio).


Da sx: Elena Loewenthal, Abraham Yehoshua con l’interprete, Alessandro Piperno.

Dopodiché ho girovagato per gli stand delle varie case editrici: fantastico. Libri ovunque, tutte le novità editoriali, un paradiso. Lo stand dello Stato d’Israele, di dimensioni abbastanza ridotte, era dedicato ad autori israeliani (i noti Yehoshua, Oz, Grossman, ma anche Meir Shalev, Appelfeld, Liebrecht, Michael, Keret e autrici meno conosciute come Sara Shilo, Zruya Shalev). Altre sezioni dedicate alla storia d’Israele e dell’ebraismo con testi di Benny Morris, Dan Segre. Infine due banchetti con l’opera omnia rispettivamente di Elena Loewenthal e Fiamma Nirenstein.


Lo stand dello Stato d’Israele.

Questi due banchetti mi hanno lasciato un po’ perplesso perché se da una parte rispondono a logiche commerciali ovvie e pubblicizzano due autrici ebree italiane che vendono, dall’altro lato mi è parso scorretto dal punto di vista metodologico farne uno dei punti di forza della zona dedicata allo Stato d’Israele. Infine una zona gadget con t-shirt, spillette, bandierine israeliane e vari depliants, e una zona shopping con i prodotti cosmetici, creme, shampoo derivati dai sali del Mar Morto (che ormai sono uno dei prodotti commerciali più noti di Israele). Lo stand a mio parere poteva essere curato meglio evitando cadute di stile e depliants che non avevano molto a che fare con la letteratura e la cultura israeliana. Inoltre, lo spazio dedicato ai testi in ebraico era pressoché inesistente e anche riguardo alla letteratura tradotta, mi sarei aspettato una scelta più ampia.

Nel pomeriggio sono incappato nella diretta del programma di Radio 3 Rai Fahrenheit, dove insieme al conduttore chiacchieravano il grandissimo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, autore di romanzi splendidi e che consiglio a tutti, quali Badenheim 1939, e l’ebreo italiano Shlomo Venezia che partendo dal suo libro Sonderkommando Auschwitz, ha ricordato la sua esperienza nel campo di concentramento nazista.


Da sx: Aharon Appelfeld con la sua interprete, Shlomo Venezia e in piedi il conduttore di Fahrenheit, Marino Sinibaldi.

Infine, dopo una breve puntatina ad una conferenza sull’ebraismo italiano post-emancipazione del 1848 con Gadi Luzzatto Voghera e Fabio Levi, ho chiuso la giornata con la conferenza congiunta di tre scrittrici israelian recentemente tradotte in italiano: Zruya Shalev, Avirama Golan e Sarah Shilo (la prima pubblicata da Frassinelli, le altre due dalla benemerita Giuntina). Tre scrittrici quaranta/cinquantenni, molto attente ai problemi della vita di coppia, alla famiglia e che si sono rivelate l’antidoto migliore alla politica e alle ansie nazionali di Yehoshua.

Insomma, morale della favola: il boicottaggio mi è parso davvero insensato perché - vi assicuro - lo spazio dedicato a Israele è una minima parte del vastissimo programma della Fiera. Inoltre, la maggior parte degli scrittori sono interessati a discutere soprattutto di letteratura, di ciò che scrivono nelle loro opere, senza tornare in continuazione al conflitto israelo-palestinese come unico paradigma interpretativo dello Stato d’Israele.


Da sx: Zruya Shalev, Avirama Golan con l’interprete, Sarah Shilo.

Chiudo con una nota frivola e vi dico quali vips e meno vips ho incrociato. Tralasciando Giorgio Napolitano, mi sono imbattuto nella nostra Fiamma Nirenstein intervistata da Rainews24, in sua sorella Susanna (giornalista culturale de La Repubblica), in Susanna Tamaro seduta tra il pubblico di una conferenza, nel presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, nell’ambasciatore d’Israele Gideon Meir con la moglie (che era anche venuto per una conferenza l’anno scorso a Cà Cappello invadendo di poliziotti la calle che da Campo San Polo arriva al dipartimento).

Ho comprato cinque libri, prosciugando le mie finanze e sono tornato a casa con un lentissimo Intercity. Mi pare di poter dire che la letteratura abbia vinto sul boicottaggio e sulle contestazioni. Almeno per ora. Le foto che vedete sono mie.

Dario.

bashar al-assad

Dunque approfitto dell’invito fatto giorni fa e vado oltre i commenti, proponendo un “tema”.

Lo spunto e’ l’intervista a Bashar al-Assad pubblicata on line e immagino anche sulla versione cartacea de L’Espresso in non so quale numero.

Beh il problema principale di questa intervista e’ il fatto che questi leader parlano per 4/5 o anche di piu’ su questioni internazionali e solo per poco delle questioni interne. Si mostrano piu’ o meno illuminati sulle grandi questioni internazionali, per nascondere le magagne del loro paese. Un po’ per colpa del giornalista, un po’ perche’ da sempre - e specie nelle dittature come e’ quella siriana - si preferisce “fare i fighi” con la politica internazionale piuttosto che mettere in discussione le contraddizioni delle societa’ che si governano.

Sulla pace “offerta” nel titolo, poi, nessuna grossa novita’: la restituzione del Golan come base imprescindibile per un accordo ecc. ecc…. cose che gia’ si sapevano e che non cambiano una virgola (da qui il titolo sbagliato). L’unica novita’ al limite pare essere la Turchia che finalmente torna a guardare con interesse al mondo arabo, ma e’ una roba da geopolitici e non e’ che ne sappia molto. Comunque pare una novita’ positiva.

Su due cose invece mi fa imbestialire: primo quando dice: “L’amministrazione americana non ha alcuna credibilità. Non solo da noi, ma in nessuna parte del mondo. E nemmeno negli Stati Uniti, a giudicare dai sondaggi. Parlare di quello che dice Bush è una perdita di tempo. Sul nostro operato l’unico giudizio che conta è quello dell’opinione pubblica siriana” …mi chiedo come possa esprimersi “l’opinione pubblica siriana”! Non si rende conto il caro quasi oftalmologo di essere l’espressione di una gestione del potere clanico-clientelare che nulla ha a che fare con la idea moderna di “opnione pubblica”? Come fa a paragonare il “dibattito” siriano al dibattito americano?

La seconda e’ anche peggiore. Perche’ dapprima dice riguardo l’Iraq: “Il primo passo dovrebbe essere una conferenza che riunisca le varie fazioni per spianare la strada a una nuova Costituzione, con istituzioni pubbliche solide, su basi laiche e non confessionali.” E qui siamo d’accordo: fa parte dei rimasugli dell’orgoglio Baath, in Iraq come in Siria: aver cercato di costruire un paese a prescindere dalle appartenenze confessionali. Riconosco che l’idea e’ giusta ma ricordo anche che in Iraq come in Siria le basi “laiche e non confessionali” dello stato sono state imposte con la forza e la repressione e non sono cosi’ sicuro che qualora anche in Siria dovesse venir meno l’attuale regime la societa’ non si sfalderebbe su linee confessionali. L’Iraq mi sembra abbia dimostrato che il senso di appartenenza allo stato sia tutta da verificare in caso di crisi. Non venderei la “diversita’ siriana” prima di averla davvero provata.

Ma il bello viene dopo quando in nome dell’anti-israelianismo il presidente siriano arriva a dire (la domanda verteva su un’eventuale rinuncia a sostenere Hamas e Hezbollah): “Sarebbe una pretesa assurda e non si farebbe più la pace. Come reagirebbe Israele se noi chiedessimo la rottura delle sue relazioni con gli Stati Uniti? I negoziati debbono svilupparsi nel rispetto della piena reciprocità. La Siria resta fermamente convinta che né Hamas né Hezbollah siano organizzazioni terroristiche. Per la semplice ragione che non uccidono civili. Sono movimenti che difendono la loro terra.”

Ora a parte l’equazione ardita della prima parte della risposta, colui che invoca laicita’ in medio oriente arriva a dire che Hamas e Hezbollah “sono movimenti che difendono la loro terra”. Su questo non c’e’ dubbio: davanti a un’occupazione questi movimenti reagiscono o provano a farlo; ma manca un pezzo nella risposta! Hamas e Hezbollah hanno anche visioni e progetti per le societa’ arabe che confliggono apertamente con la tradizione di cui Assad e’ erede.

Il panarabismo e’ morto da anni e allora ci si inventano questi tentativi patetici che si basano solo e soltanto sull’opposizione alla aggressivita’ israeliana. Invece che discutere un modello per le societa’ arabe del levante, ancora si preferisce giocare al gatto con il topo con Israele.

Mattia