Intervista ad ‘Ala al-Aswani

Su “Il Manifesto” on line del 29 maggio 2008 c’e’ un’intervista ad ‘Ala al-Aswani in occasione dell’uscita in lingua italiana (Feltrinelli) del suo ultimo libro Chicago. L’intervista e’ di Maria Teresa Carbone. Come tanti ho letto Palazzo Yacoubian (godibile lettura, ma non di piu’) e sono interessato a cosa dice l’autore che e’ sicuramente oggi l’autore arabo piu’ venduto. L’intervista mi piace perche’ e’ chiaro che lui conosce i suoi limiti: quando parla di sentirsi come un attore che interpreta i suoi personaggi oppure quando esprime consapevolezza di aver ripetuto lo stesso schema del precedente volume in Chicago (con la “galleria di personaggi” e l’idea di “microcosmo”), significa che conosce molto bene la sua posizione tra chi fa letteratura. Qualcosa a meta’ tra scrittore e sociologo.

Nell’intervista, pero’, c’e’ un passaggio che merita attenzione e che riguarda altre discussioni avute in passato nel blog. Gli viene chiesto della messa in scena dell’amore tra l’”egiziano” Naghi e l’”ebrea” Wendy (immagino un’americana). Lui risponde: “Gli ebrei cosi’ come i copti , appartengono alla storia dell’Egitto, sebbene un tempo non venissero identificati come tali, ma solo come egiziani. Anche in periodi in cui gli ebrei venivano perseguitati in Europa, facevano parte integrante della nostra societa’, e se molti se ne sono andati negli anni ‘50, dopo la rivoluzione, e’ stato piu’ per una questione di appartenenza a una classe sociale, che per il fatto di essere ebrei.”

Tutto molto bene, ma nella frase finale, secondo me, casca l’asino. Primo, non menziona che proprio qualche anno prima, ehm ehm, e’ nato uno stato di nome Israele… e guardate che non e’ casuale che non accenni alla cosa (come poter ammettere infatti che esistesse uno stato capace di attrarre gli ebrei dal “magnifico Egitto ” di quegli anni?). Secondo: a suo dire la motivazione fondamentale della fuga degli ebrei dall’Egitto sarebbe “l’appartenenza a una classe sociale”. Io penso che una “leggera” responsabilita’ l’abbia avuta anche il nuovo modello di nazionalismo scaturito dalla rivoluzione (che esclude, invece che includere come faceva quello egiziano di inizio secolo). Questo periodo della rivoluzione (e poi il nasserismo con l’islam come elemento  cardine dell’arabismo) invece, e’ – solo in parte giustamente – tutt’ora avvolto da un sentimento di cieca riverenza specie in opposizione alla trasformazione iniziata sotto Sadat.

Ora e’ evidente che nella situazione culturale dell’Egitto odierno con una dittatura di stampo capitalista-religioso e con una montante pressione islamista, bisogna aggrapparsi a qualcosa e che gli anni ‘50 e ‘60 rappresentino un modello positivo per chi voglia respirare un po’ di aria non intossicata. Allo stesso tempo pero’, non vedere i limiti di quel modello e non riconoscere le vere cause della fuga di moltissimi egiziani di religione ebraica e’ tipico di un certo tipo di formazione di molti arabi “laici” (politicamente).

Io sono sempre convinto che il panarabismo (che e’ morto e sepolto) vada ripensato criticamente: e vada fatto non solo nell’accademia, ma anche da intellettuali ascoltati e su posizioni laiche come di fatto e’ ‘Ala al-Aswani. Altrimenti passi in avanti non se ne fanno. E intanto l’islamizzazione dal basso avanza.

Mattia

PS Leggendo i giornali sotto Pasqua ho capito che uno dei motivi “a monte” della trasformazione culturale di Allam c’e’ stato il fatto traumatico di un rapporto amoroso con un’ebrea represso dalla famiglia di lui o di lei non so. Quindi il tema – che nel caso di Allam io ritengo “simbolico” e non reale, ma magari mi sbaglio… dovrei leggerne l’autobiografia se c’e’ e non ne ho intenzione – e’ all’ordine del giorno.

11 Commenti

  1. Dario ha detto,

    3 Giugno 2008 a 8:28 am

    Ma io sono allibito dalla risposta di al-Aswani! A parte l’arrabbiatura che mi è presa nel leggerla, dimostra una TOTALE ignoranza della storia ebraica egiziana e soprattutto dei perché gli ebrei sono “usciti dall’Egitto” negli anni Cinquanta. Allora, visto che è il mio argomento di tesi di laurea e visto che a settembre inizierò un dottorato di ricerca sull’ebraismo egiziano, sento il dovere accademico oltre che morale e personale di mettere in chiaro alcune cose (oltre a concordare con quanto ha già scritto Mattia), riproponendomi di scriver un post nei prossimi giorni:

    1. il paragone tra ebrei e copti è del tutto improprio. Sono due gruppi molto differenti e con una storia molto diversa, che si intersecò soltanto per un breve periodo all’inizio del Novecento. E con la differenza che i copti sono ancora in Egitto, gli ebrei no. Chissà perché….

    2. il ritornello degli “ebrei egiziani tutti borghesi e ricchi” è anch’esso una piccola bugia. E’ vero che gli ebrei in molti casi appartenevano alla piccola e media borghesia urbana. Gli appartenenti ad una presunta haute bourgeoisie, ad una élite (di banchieri, grandi imprenditori…) erano invece soltanto (dati statistici alla mano citati dai più grandi studiosi di storia egiziana) non più del 5% della popolazione ebraica. Inoltre, dato non secondario, TUTTI furono spogliati dei loro beni e delle loro proprietà quando lasciarono l’Egitto. Stanno ancora aspettando dopo sessant’anni di essere almeno in parte ricompensati per queste ingiustizie.

    3. Molti ebrei furono espulsi forzatamente dopo essere stati arrestati con accuse di vario genere (dal sionismo, al comunismo e così via) prima e dopo il ‘48. Il grosso delle comunità fu costretta ad andarsene o decise di farlo dopo la guerra del ‘56. L’atteggiamento degli Ufficiali Liberi e di Nasser verso gli ebrei infatti non era proprio il non plus ultra della laicità. Forme di antisemitismo e di giudeofobia iniziano a circolare in Egitto già dagli anni Dieci e Venti, per esplodere poi sia in concomitanza con le rivolte palestinesi del ‘29 che del ‘36. Aggiungiamoci Giovane Egitto e i Fratelli Musulmani, poi il malgoverno di re Faruq e la frittata è fatta :-)

    4. Bisognerebbe ricordarsi che a molti ebrei de facto fu reso impossibile a partire dagli anni Quaranta integrarsi in una società egiziana che era caratterizzata in senso sempre più arabo-musulmano (poi pan-arabo). Insomma: dal Levante cosmopolita di re Fu’ad (che non è certo il migliore dei mondi possibili ma quantomeno offriva a tutti una debole ma concreta armonia), al panarabismo di Nasser, beh in mezzo c’è a parere mio (corroborato da studi e ricerche autorevoli) un vuoto ideologico che inizia con la crisi della monarchia nel ‘36, si aggrava con la questione palestinese, prosegue con la presa al potere degli Ufficiali Liberi nel ‘51, quando Nasser, Naguib etc. ancora non avevano ben presente come organizzare lo Stato (questo tra l’altro si evince per es. dal fatto che la monarchia venga ufficialmente abolita solo nel ‘53). Inoltre Naguib visita in pompa magna nel ‘51 o ‘52 la sinagoga degli ebrei caraiti al Cairo (credo a Héliopolis) assicurando massima protezione e collaborazione. Poi arriva la guerra del Sinai, l’affare Lavon (altrimenti detto “operazione Susanna”)….

    Per la cronaca: la maggioranza degli ebrei egiziani emigrò in Europa (Francia, Italia soprattutto. Anche a Venezia c’è un piccolo e appassionato gruppo di discendenti soprattutto di ebrei alessandrini), USA e solo una parte in Israele. Potrei continuare su quest’argomento che, come si può vedere, mi appassiona moltissimo ancora a lungo ma adesso metto un punto.

  2. falecius ha detto,

    3 Giugno 2008 a 1:01 pm

    Eppure a leggere Palazzo Yacoubian (buon libro, ma non un capolavoro), Aswani si dimostra tutt’altro che tenero verso Nasir e il nasserismo, che giudica la causa di molti mali dell’Egitto.
    Non c’è dubbio che il tentativo di creare un’identità nazionale araba (non unicamente musulmana; infatti si puntò in linea di massima ad integrarvi la componente cristiana) contemporaneamente al confronto con Israele, avrebbe escluso gli ebrei; il che è molto triste se si pensa, per fare un esempio che noi sanpolini conosciamo anche troppo bene, a Sanu’a.
    Concordo con Mattia sulla necessità di ripensare criticamente il panarabismo, ma non so se gli intellettuali arabi oggi siano nelle migliori condizioni per farlo, e ringrazio Dario per le preziose osservazioni sugli ebrei egiziani.

  3. Mattia Guidetti ha detto,

    3 Giugno 2008 a 7:58 pm

    Non sapevo che la maggior parte degli ebrei egiziano fosse emigrato tra Europa e America. Se capisco bene inoltre anche il primo nazionalismo egiziano non era esente da pulsioni anti-ebrei (sono sicuro pero’ che la retorica fosse completamente diversa). Concordo infine sul fatto che ‘Ala al-Aswani probabilmente e’ in generale critico del periodo di Nasser (quando non a caso moltissimi intellettuali e attivisti si trovarono in prigione). Sul caso degli ebrei – egiziani, pero’, concordiamo tutti che il suo senso critico viene un po’ meno.
    Pero’ – anche per non far passare gli arabi egiziani come anti-ebrei – c’e’ da dire che da sempre il nazionalismo si costituisce in un tale luogo “creando” un’identita’ che per forza di cose deve definirsi in contrasto su qualcuno. Ovunque cioe’ il nazionalismo ha escluso gruppi che per etnia o religione non combaciavano con la “comunita’” considerata (spesso artificialmente) quella attorno a cui la nazione andava costruita. Si aggiunga che il nazionalismo spesso si sovrappone alla “voce del popolo” che finalmente si promette di ascoltare. E la voce del popolo, specie nelle difficolta’, spesso si coalizza contro chi e’ diverso (inteso come capro espiatorio delle proprie difficolta’: ogni riferimento ai sentimenti anti-rumeni e anti-rom oggi in Italia non e’ casuale!). Questo e’ avvenuto e avviene ovunque.
    Quindi il caso egiziano non e’ unico. Ovunque alla caduta degli imperi, nel creare le nazioni, popolazioni sono state spostate e spesso eccidi sono stati commessi (Turchia-Grecia, gli armeni in Turchia, il caso della Dalmazia etc etc).
    Nel caso specifico, tutto questo non vuol dire che io rimpianga l’impero ottomano, ma solo che trovo il post-’48 dei paesi arabi completamente schizofrenico, specie nella formazione dell’identita’ dei propri cittadini. E in quel riferimento di al-Aswani alla presunta “diversita’ di classe” degli ebrei (un intellettuale cosi’ lucido in tante altre osservazioni), ho trovato un po’ di quella schizofrenia. E la colpa di questa schizofrenia non e’ (solo) di Israele e Stati Uniti: dalla batosta del 1967 sono passati ormai 40 anni. Che facciamo, aspettiamo ancora?

  4. Dario ha detto,

    3 Giugno 2008 a 10:21 pm

    Sono d’accordo con Mattia. Le osservazioni di al-Aswani non possono certo essere bollate come semplici frasi anti-ebraiche, ma derivano da ragioni ben più complesse e contorte. Resta il fatto che, come dice Mattia, “il senso critico” parlando degli ebrei egiziani “viene meno” allo scrittore.

    Sul nazionalismo egiziano pre-Nasser: membri delle comunità del Cairo e Alessandria furono vicini e in alcuni casi attivi esponenti del Wafd, nonché vicinissimi alla corte di Fu’ad (ad es. i Qattawi, banchieri ebrei al Cairo da fine ‘700). L’antisemitismo in Egitto inteso come antiebraismo “moderno”, fu quasi sempre mediato dalla penetrazione coloniale europea (come sempre in Medio Oriente, almeno a cominciare dal noto affare di Damasco del 1860 ca.) e dall’Europa mutuò accuse e schemi mentali. Penso ad un’accusa di omicidio rituale contro ebrei di Alessandria, dopo la sparizione di un bambino iscritto ad una scuola di gesuiti francesi, siamo mi pare nel 1920 o ‘22. In linea generale penso sia vero che all’inizio gli Ufficiali Liberi erano liberi o quasi da antisemitismo, qualora gli ebrei fossero cittadini egiziani “leali” etc., ma dopo il ‘56 le cose precipitarono definitivamente. Per informazione, ricordo che gruppi di giovani ebrei perlopiù di estrazione borghese, militarono nel comunismo egiziano e in alcuni casi si convertirono all’Islam (casi rari, ma è interessante citarlo). Dopo il ‘48 e con la rivoluzione di Nasser, molti furono arrestati e accusati di “sionismo-comunismo”, un’accusa generica che univa le due ideologie in un unico calderone. Questa accusa di “sionismo-comunismo” si diffuse negli stessi anni anche contro gruppi di ebrei in Iraq.

    Condivido anche il ragionamento sul nazionalismo come ideologia che esclude chiunque rientri nel paradigma identitario teorizzato. Aggiungo però che non credo questo sia un dato fisiologico e ineliminabile. E’ stato così con tutti i nazionalismi europei o “all’europea”, quale anche quello egiziano che si é sbarazzato del cosmopolitismo e della con-fusione identitaria ottomana e post-ottomana (che come Mattia, nemmeno io rimpiango) cavalcando la decolonizzazione, il panarabismo, l’essere contro Israele. Il risultato è, come si sa, piuttosto infausto e la stasi mediorientale che perdura, sempre più grave, dal ‘67 ancora non trova una soluzione.

  5. falecius ha detto,

    4 Giugno 2008 a 8:42 pm

    “Aggiungo però che non credo questo sia un dato fisiologico e ineliminabile”
    Si potrebbe discutere a lungo su questo. Esistono nazionalismi “inclusivi” ed “esclusivi” e in entrambi si possono distinguere quelli includono (o escludono) annullando la differenza (caso tipico, la Francia, o forse la Turchia post-kemalista) e quelli che la ammettono (tendenza attuale di Italia, Spagna e Gran Bretagna). Tra gli “esclusivi pluralisti” includerei il nazionalismo basco e in parte il leghismo, tra quelli che escludono annullando la differenza penserei ai fascismi europei e affini. Questi aspetti poi possono combinarsi (il nazionalismo italiano attuale è ‘inclusivo’ verso gli arbereshe ed ‘esclusivo’ verso i Rom).
    Però, è vero che in genere la costruzione di un’identità nazionale moderna è anche costruzione dell’altro, che può essere interno (e allora il nemico era spessissimo l’ebreo o lo zingaro, e non parlo solo dai nazisti) o esterno (ad esempio nel caso dell’Indonesia).

  6. Dario ha detto,

    5 Giugno 2008 a 5:14 pm

    Oddio, adesso sono più confuso che mai: esclusivi, inclusivi…. siamo finiti in una bolgia infernale! A parte le battute, è interessante anche la riflessione che è stata fatta sulla necessità di ripensare il panarabismo. Può sembrare un anacronistico divertissement intellettuale (e in parte lo è), ma da qualche parte si deve pur cominciare! Inoltre, io sono abbastanza convinto che parte della crisi ideologica mediorientale sia anche dovuta all’assenza di quella che in Europa si chiamerebbe “borghesia illuminata” o “ceto medio riflessivo”. Le derive corporativiste (“corporational state”) degli Stati arabi hanno prima annientato la borghesia europeizzante levantina, poi l’hanno sostituita con un miscuglio dannoso di personaggi “graditi al regime”, qualche famiglia ancora legata alla struttura del clan o hamula che dir si voglia (il che, di per sé, non sarebbe una discriminante, ma comunque…). E il caso eclatante è proprio l’Egitto.

  7. roberta ha detto,

    5 Giugno 2008 a 10:54 pm

    La necessita` di ripensare al panarabismo non la ritengo una mera speculazione intellettuale proprio a causa della crisi ideologica in medioriente. Il panarabismo, per quanto controverso e sicuramente non di successo possa essere stato, secondo me aveva di buono l`esistenza di un ideale progressista condiviso. Ora, la retorica con la quale e` stato farcito, comune a tutti i movimenti nazionalisti, e` senz`altro discutibile. Ma oggi cio` di cui sento piu` la mancanza nel mondo arabo (ma forse non solo nel mondo arabo) non sono tanto gli ideali, quanto la condivisione di questi ideali. Gli intellettuali illuminati ci sono, o perlomeno ci sono stati anche dopo il panarabismo (in questo momento penso a Samir Kassir), ma purtroppo non sono rappresentivi di una larga fetta di popolazione e restano delle voci isolate..

  8. Mattia Guidetti ha detto,

    9 Giugno 2008 a 10:10 pm

    Mi e’ venuta in mente una roba: perche’ Feltrinelli, a parte Mahfuz, pubblica solo due autori arabi, Ala al-Aswani e Suad Amiri?
    Guardate che e’ strano: entrambi NON sono in prima battuta scrittori (di prima professione lui e’ dentista e lei e’ architetto, e non e’ roba da poco perche’ una cosa e’ fare l’impiegato statale – come era Mahfuz, un’altra e’ avere una professione tecnica altamente specializzata) e soprattutto non sono nemmeno presi in considerazione dal “canone” letterario arabo. Per molti non sono nemmeno letteratura. E’ vero che il canone letterario di un paese e’ una cosa strana e che la distinzione tra letteratura alta e bassa non va piu’ di moda, ma a mio modo di vedere e’ ancora piu’ strano che una casa editrice di sinistra come Feltrinelli non sia capace di uscire da ’sto vicolo cieco. Li sceglie perche’ dicono cose “vagamente” di sinistra? Vagamente contro i regimi o i governi al potere nei loro paesi? Oppure perche’ fanno critica sociale “all’europea”? Sono libri “leggeri”, carini e non destabilizzanti per il gusto (nonche’ per il pensiero di sinistra) italiano?
    Io me lo spiego solo come ulteriore segno che la sinistra italiana oggi sia davvero messa male. Ma non basta. Solo non mi si risponda – come ho sentito dire finanche in aule universitarie – che i romanzi arabi non sono “belli”.

  9. Anna Gabai ha detto,

    12 Giugno 2008 a 1:15 pm

    Bella domanda Mattia! Probabilmente la stessa che si é posta la Prof. Camera d’Afflitto quando ha fondato la Jouvance o qualcuno alla “e/o”. Come si diventa una di quelle persone che scelgono i libri per le case editrici? Quella funzione ha un nome preciso?

  10. Dario ha detto,

    12 Giugno 2008 a 1:29 pm

    Oddio ma la Jouvence è stata fondata dalla Camera d’Afflitto? E perché io non ero a conoscenza di questo gossip editorial-accademico??

    Comunque, segnalo che le edizioni Castelvecchi hanno in progetto di allargarsi al mercato israeliano. Devo dire che la letteratura in ebraico è tradotta in modo più sistematico da alcuni anni. Grazie alle edizioni della Giuntina, oltre che i grandi nomi (Yehoshua, Oz, Grossman) più qualche autore sparso tra le ed. Guanda (Shalev, Kimchi…). Povera letteratura araba :-(

  11. Anna Gabai ha detto,

    12 Giugno 2008 a 1:39 pm

    ho una rettifica: Isabella Camera D’Afflitto dal 1993 dirige la collana “Narratori Arabi Contemporanei” della casa editrice Jouvence (Roma) (fonte: http://www.arablit.it/curvit.htm ).
    Ma no povera letteratura araba!!! ci siamo noi per salvarla!!!! Sto leggendo “la melanza blu” in traduzione tedesca, lavoro piuttosto buono direi….e il testo in arabo deve essere stato impestatissimo….(tanto per usare termini scientifici).


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