Negli ultimi giorni ho letto tre libri. Il primo è stato “l’invenzione del Nemico” una raccolta di articoli di Franco Cardini sulle Crociate.
La prospettiva è essenzialmente europea, anche se molto si spende (e questo è probabilmente lo scopo primo del libro) sul debito culturale dell’Europa medioevale verso il mondo arabo-islamico e i canali con cui si trasmette tale contributo, che Cardini giudica essenziale alla “prima rinascenza” culturale europea nel dodicesimo secolo (visione con la quale concordo, per il poco che mi consentono le mie competenze in materia).
Il testo è di notevole interesse per chi, come me, manca a volte della prospettiva sul “nostro” lato del Mediterraneo, ma contiene diverse (perdonabili) inesattezze quando passa “all’altro” lato.
Ad un certo momento si fa risalire l’ismailismo di Alamut al movimento alide in favore di Muhammad bin al-Hanafiyya, il terzo figlio di Ali, che invece è stato espunto dalle sequenze di imam legittimi da tutti i gruppi sciiti, in quanto non discendente dal Profeta (era figlio di Ali e della sua seconda moglie al-Hanafiyya, non di Fatima) pure essendo stato capo della casata alide dopo il martirio di Husayn.
Gli Ismailiti rivendicavano invece proprio l’ascendenza profetica, tanto che la loro dinastia (a cui inizialmente Alamut sarà fedele) si chiamerà Fatimida. Che poi temi e discorsi radicali legati al movimento per Muhammad bin al-Hanafiyya siano passati nell’ismailismo è possibile (dovrei controllare, mi sembra che sia così).
Il secondo è “Il mondo musulmano, quindici secoli di storia” di Biancamaria Scarcia Amoretti, nome che noi tutti conosciamo bene. Devo confessare che, senza nulla togliere al valore del suo lavoro, in certi punti mi ha lasciato perplesso e insoddisfatto.
Ho avuto l’impressione che per molte circostanze fosse impreciso, o troppo vago. In particolare ho notato la scarsissima attenzione data all’Indonesia e alla sua relazione con la dominazione coloniale olandese. Dato che l’Indonesia è il maggior paese musulmano per popolazione, e quella malese una delle grandi letterature islamiche, fatico a spiegarmi l’insistere sulla sua “marginalità”, che è tale solo in senso geografico (e si trasforma comunque in centralità storica rispetto alle vicende della prima colonizzazione commerciale europea in Asia, così come del commercio asiatico pre-coloniale; la dominazione olandese inoltre mi sembra essere stata un laboratorio privilegiato di tecniche di dominazione applicate poi dagli inglesi e da altre potenze altrove, come l’indirect rule, le strategie di monopolio, il lavoro coatto, destinato a grandi applicazioni in Africa, e i sistemi di piantagione). Credo che lo stato islamico giavanese di Mataram, dal sedicesimo al diciottesimo secolo, sia perfettamente inquadrabile nella vicenda degli altri “imperi” islamici (ottomano, safavide e mughal) e non debba esserne disgiunto e liquidato come “periferia” (inoltre la vicenda della sua fine richiama ed anticipa proprio quella dei Mughal).
Questo comunque rientra nelle legittime scelte storiografiche dell’autrice, più o meno condivisibili, sebbene sospetti una minor conoscenza dell’area (trovo difficile attribuire all’islam indo-persiano l’introduzione delle concezioni sacrali della regalità nell’Arcipelago indonesiano, – che in forme diverse si presentano, è vero, a Mataram come a Delhi e a Ispahan – quando nozioni simili, ma ancora più forti, sembrano documentate nella cultura giavanese hinduizzata preislamica, o forse addirittura nelle tradizioni locali precedenti l’influsso hindu).
Se se acquista il testo per avere una panoramica del mondo musulmano che non sia esclusivamente focalizzata come troppe altre sul “tripode” arabo-persiano-turco (d’Anatolia), l’obiettivo è raggiunto, a mio parere, solo fino ad un certo punto.
Un’altra critica riguarda il trattamento, necessariamente molto rapido, della crisi libanese, dove si dà cenno delle atrocità ad opera di Falange ed alleati, ma non di quelle del fronte opposto (come i massacri di Damur e nello Shuf).
Meno gravi ma anche meno comprensibili sono certe traslitterazioni con vocalizzazioni piuttosto strane (ed in generale, arabizzanti anche nel caso dei nomi persiani e turchi. Se per il persiano la scelta è comprensibile -ma non la condivido-, mi lascia perplesso per il turco).
Aggiungo che la nota dedicata all’intellettuale turcofono di Russia Gaspirinskij (meglio, alla turca, Gaspirali) mi pare, da quel che so del suo pensiero (la mia fonte è il lavoro di Karpat) riduttiva e fuorviante. Gaspirali, più che dello sciovinismo turanista, fu teorico del “jadidismo”, un movimento innovatore dell’Islam nell’impero zarista che fu, semmai d’ispirazione per le teorie panturchiste di Ziya Gokalp e dei suoi seguaci nel Comitato Unione e Progresso ottomano. Sarebbe come definire “salafita jihadista” alla bin Ladin un pensatore come Jamal al-Din al-Afghani, in base a quanto alcuni discepoli di alcuni dei suoi tardi seguaci hanno eventualmente elaborato. Tutte queste critiche non distruggono però completamente il lavoro, che è comunque interessante proprio per la sua dimensione “a volo d’uccello” (e in una sintesi di ampia portata, gli errori sono più facili per il lettore da rilevare che per l’autore da evitare).
Infine, “Lo zafferano e il geco” di Paola Carusi.
Il libro affronta un tema pochissimo studiato, quello della zoologia e della botanica nel mondo musulmano classico. In qualche punto integra quasi il Cardini, nel notare per la cultura materiale (agricola e zootecnica) e scientifica (biologico-medica) dell’Occidente quel contributo arabo-islamico (originale o di mediazione) che Cardini mette in luce per la filosofia e altri campi.
E’ sorprendente quante cose coltiviamo e mangiamo grazie alla mediazione o all’innovazione musulmana (non lo sapevo, ad esempio, per la melanzana e gli spinaci).
Si va dalle curiosità sul mitico “‘anqa’” simile alla fenice (forse il Vorompatra -Aepyornis- del Madagascar, che il libro però, purtroppo non cita) a osservazioni affascinanti degli autori musulmani sulla falconeria e l’addestramento dei ghepardi (cui dedica una pagina il buon al-Jahiz che tutti conosciamo) e sui cavalli considerati come combattenti per la fede (e come tali, in caso di jihad, assegnatari di una parte del bottino!).
Marco