riforma

Scusate, ma a proposito di Cardini, mi e’ arrivato un articolo scritto da lui e pubblicato su Il Secolo d’Italia il 16 luglio (articolocardini).
L’argomento e’ l’ennesimo taglio ai fondi per la ricerca che l’attuale governo sta discutendo in questi giorni.

Nonostante il giornale sia vicino al governo (AN, se esiste ancora), l’articolo e’ molto critico.

Giustamente.

Mattia

Letture

Negli ultimi giorni ho letto tre libri. Il primo è stato “l’invenzione del Nemico” una raccolta di articoli di Franco Cardini sulle Crociate.
La prospettiva è essenzialmente europea, anche se molto si spende (e questo è probabilmente lo scopo primo del libro) sul debito culturale dell’Europa medioevale verso il mondo arabo-islamico e i canali con cui si trasmette tale contributo, che Cardini giudica essenziale alla “prima rinascenza” culturale europea nel dodicesimo secolo (visione con la quale concordo, per il poco che mi consentono le mie competenze in materia).
Il testo è di notevole interesse per chi, come me, manca a volte della prospettiva sul “nostro” lato del Mediterraneo, ma contiene diverse (perdonabili) inesattezze quando passa “all’altro” lato.
Ad un certo momento si fa risalire l’ismailismo di Alamut al movimento alide in favore di Muhammad bin al-Hanafiyya, il terzo figlio di Ali, che invece è stato espunto dalle sequenze di imam legittimi da tutti i gruppi sciiti, in quanto non discendente dal Profeta (era figlio di Ali e della sua seconda moglie al-Hanafiyya, non di Fatima) pure essendo stato capo della casata alide dopo il martirio di Husayn.
Gli Ismailiti rivendicavano invece proprio l’ascendenza profetica, tanto che la loro dinastia (a cui inizialmente Alamut sarà fedele) si chiamerà Fatimida. Che poi temi e discorsi radicali legati al movimento per Muhammad bin al-Hanafiyya siano passati nell’ismailismo è possibile (dovrei controllare, mi sembra che sia così).

Il secondo è “Il mondo musulmano, quindici secoli di storia” di Biancamaria Scarcia Amoretti, nome che noi tutti conosciamo bene. Devo confessare che, senza nulla togliere al valore del suo lavoro, in certi punti mi ha lasciato perplesso e insoddisfatto.
Ho avuto l’impressione che per molte circostanze fosse impreciso, o troppo vago. In particolare ho notato la scarsissima attenzione data all’Indonesia e alla sua relazione con la dominazione coloniale olandese. Dato che l’Indonesia è il maggior paese musulmano per popolazione, e quella malese una delle grandi letterature islamiche, fatico a spiegarmi l’insistere sulla sua “marginalità”, che è tale solo in senso geografico (e si trasforma comunque in centralità storica rispetto alle vicende della prima colonizzazione commerciale europea in Asia, così come del commercio asiatico pre-coloniale; la dominazione olandese inoltre mi sembra essere stata un laboratorio privilegiato di tecniche di dominazione applicate poi dagli inglesi e da altre potenze altrove, come l’indirect rule, le strategie di monopolio, il lavoro coatto, destinato a grandi applicazioni in Africa, e i sistemi di piantagione). Credo che lo stato islamico giavanese di Mataram, dal sedicesimo al diciottesimo secolo, sia perfettamente inquadrabile nella vicenda degli altri “imperi” islamici (ottomano, safavide e mughal) e non debba esserne disgiunto e liquidato come “periferia” (inoltre la vicenda della sua fine richiama ed anticipa proprio quella dei Mughal).
Questo comunque rientra nelle legittime scelte storiografiche dell’autrice, più o meno condivisibili, sebbene sospetti una minor conoscenza dell’area (trovo difficile attribuire all’islam indo-persiano l’introduzione delle concezioni sacrali della regalità nell’Arcipelago indonesiano, – che in forme diverse si presentano, è vero, a Mataram come a Delhi e a Ispahan – quando nozioni simili, ma ancora più forti, sembrano documentate nella cultura giavanese hinduizzata preislamica, o forse addirittura nelle tradizioni locali precedenti l’influsso hindu).
Se se acquista il testo per avere una panoramica del mondo musulmano che non sia esclusivamente focalizzata come troppe altre sul “tripode” arabo-persiano-turco (d’Anatolia), l’obiettivo è raggiunto, a mio parere, solo fino ad un certo punto.
Un’altra critica riguarda il trattamento, necessariamente molto rapido, della crisi libanese, dove si dà cenno delle atrocità ad opera di Falange ed alleati, ma non di quelle del fronte opposto (come i massacri di Damur e nello Shuf).

Meno gravi ma anche meno comprensibili sono certe traslitterazioni con vocalizzazioni piuttosto strane (ed in generale, arabizzanti anche nel caso dei nomi persiani e turchi. Se per il persiano la scelta è comprensibile -ma non la condivido-, mi lascia perplesso per il turco).

Aggiungo che la nota dedicata all’intellettuale turcofono di Russia Gaspirinskij (meglio, alla turca, Gaspirali) mi pare, da quel che so del suo pensiero (la mia fonte è il lavoro di Karpat) riduttiva e fuorviante. Gaspirali, più che dello sciovinismo turanista, fu teorico del “jadidismo”, un movimento innovatore dell’Islam nell’impero zarista che fu, semmai d’ispirazione per le teorie panturchiste di Ziya Gokalp e dei suoi seguaci nel Comitato Unione e Progresso ottomano. Sarebbe come definire “salafita jihadista” alla bin Ladin un pensatore come Jamal al-Din al-Afghani, in base a quanto alcuni discepoli di alcuni dei suoi tardi seguaci hanno eventualmente elaborato. Tutte queste critiche non distruggono però completamente il lavoro, che è comunque interessante proprio per la sua dimensione “a volo d’uccello” (e in una sintesi di ampia portata, gli errori sono più facili per il lettore da rilevare che per l’autore da evitare).
Infine, “Lo zafferano e il geco” di Paola Carusi.
Il libro affronta un tema pochissimo studiato, quello della zoologia e della botanica nel mondo musulmano classico. In qualche punto integra quasi il Cardini, nel notare per la cultura materiale (agricola e zootecnica) e scientifica (biologico-medica) dell’Occidente quel contributo arabo-islamico (originale o di mediazione) che Cardini mette in luce per la filosofia e altri campi.
E’ sorprendente quante cose coltiviamo e mangiamo grazie alla mediazione o all’innovazione musulmana (non lo sapevo, ad esempio, per la melanzana e gli spinaci).
Si va dalle curiosità sul mitico “‘anqa’” simile alla fenice (forse il Vorompatra -Aepyornis- del Madagascar, che il libro però, purtroppo non cita) a osservazioni affascinanti degli autori musulmani sulla falconeria e l’addestramento dei ghepardi (cui dedica una pagina il buon al-Jahiz che tutti conosciamo) e sui cavalli considerati come combattenti per la fede (e come tali, in caso di jihad, assegnatari di una parte del bottino!).

Marco

E se domani, sottolineo se…

Qualche giorno fa, tornando in treno da Milano a casa (dopo essere atterrato a Malpensa con tre ore di ritardo da London Gatwick, e poi c’è chi vuole fare di Malpensa l’hub italiano… ma quest’argomento esula dal blog), leggo a caratteri cubitali su La Repubblica che la pace tra Israele e i palestinesi sarebbe imminente. Incredulo e molto dubbioso, inizio a leggere gli articoli e scopro dopo circa dieci secondi che in realtà la pace non è poi così vicina, che a Parigi Olmert e Assad non si sono neppure voluti stringere la mano, che insomma era tutta una boutade del giornale per accalappiare possibili clienti alle edicole.

Rimpiangendo di non aver comprato Vanity Fair o L’Uomo Vogue anziché La Repubblica, ho però meditato che a forza di gridare alla pace, quest’ultima si sta sempre più allontanando. Gli eventi degli ultimi giorni, vale a dire lo scambio Israele/Hizballah (due salme vs. miliziani libanesi vivi e vegeti più alcuni deceduti), hanno corroborato il mio convincimento. Dopodiché ho letto il reportage da Beirut di Gad Lerner uscito due giorni fa su La Repubblica, dove si paventa uno scenario del tipo e se domani, sottolineo se: Israele attaccasse le basi atomiche iraniane, Hizballah lanciasse qualche missile in Galilea, Israele invadesse il Sud del Libano, poi magari la Siria volesse entrare in gioco…?

Non essendo, per usare un eufemismo, un esperto in relazioni internazionali e in politologia e trovandomi più a mio agio tra le carte dell’Alliance Israélite Universelle d’inizio ‘900 che tra i proclami di Hizballah, a me questa prospettiva – sicuramente inquietante – mi è anche parsa lì per lì inverosimile. E’ come se col Medio Oriente tutti giocassero a chi la spara più grossa, a chi fa la previsione più catastrofica. Poi, però, ho pensato a quanto è successo nell’estate 2006 (quando ho ospitato a casa a Venezia una mia amica israelo-canadese in esilio forzato dai missili che cadevano su Haifa) e qualche brivido mi è corso lungo la schiena.

Dario.

cosi’ mi piace…

“Che cosa spera per il suo paese fra cinque anni? «Che la nostra società diventi più aperta, che la nuova generazione sia moderna come lo è stata quella degli anni ‘60. E che sia anche più laica in un ambiente regionale più laico». Una confessione franca, che testimonia la crisi profonda delle società arabe.” (Intervista a Bashar al-Assad su Le Monde Diplomatique e tradotta per Il Manifesto).

Il problema e’ come fare tutto questo.

Mattia

allam e arabi cristiani

Volevo tornare sulla questione Magdi Allam. Cioe’ non tanto su di lui, ma sulla questione degli arabi cristiani che vivono in Medio Oriente sollevata da Allam in una manifestazione tenuta il 4 luglio 2007 a piazza Santi Apostoli a Roma (su radio radicale si puo’ recuperare il video di tutta la manifestazione). E vorrei tornarci attraverso un articolo di Samir Khalil Samir dedicato alla conversione di Allam uscito da poco su AsiaNews.it.

Ora io non mi trovo d’accordo con i toni e le modalita’ di Magdi Allam, mentre, seppur con grandi riserve – specie essendo io agnostico -, diciamo che ho apprezzato il tentatitivo di Samir Khalil Samir (nell’articolo che ho linkato sopra, ma in generale nei suoi articoli saltuariamente pubblicati dai giornali italiani) di far quadrare il cerchio.

E a mio modo di vedere e’ proprio uscendo dall’arena asfissiante della politica italiana che e’ possibile apprezzare il tentativo di Allam – lo ripeto sbagliato nei toni, nelle sedi, nelle parole, in tutto insomma… – di mettere al centro del discorso la graduale scomparsa della “diversita’ culturale” del medio oriente. Apprezzo il fatto in se’: l’oggetto stesso del discorso, non la modalita’ con cui Allam lo ha sviluppato. Anzi, a proposito, mi sembra che – per esempio – Allam poteva avere la decenza di sottolineare come in Iraq i cristiani stiano attraversando il periodo piu’ duro della loro storia proprio sotto il controllo dei paladini della liberta’, gli americani. Nemmeno sotto il califfo al-Mamun avevano sofferto tanto!

Ma la questione della diffusa islamizzazione volgare e menzognera nelle societa’ arabe esiste ed e’ un fatto che negare equivale ad avallare o addirittura promuovere.

La diversita’ medio orientale – pure senza irenismi o presunte eta’ dell’oro – sta nel fatto che fino a fine XIX secolo le societa’ fossero plurali e cosmopolite. E’ un dato di fatto di cui gli arabi dovrebbero andare fieri e che dovrebbero rivendicare. La scomparsa dell’elemento ebraico prima (ne abbiamo gia’ parlato) e quella in atto dei cristiani svuotano del tutto quel mondo. E guardate che e’ paradossale: tanto piu’ questo viene studiato nell’accademia o preso di riferimento dalle elites (c’e’ ad esempio chi vede negli USA di oggi una lontana copia del cosmopolitismo tardo ottomano), tanto piu’ quel mondo viene meno nella realta’.

Io naturalmente sono per uno stato totalmente laico dove venga riconosciuta la liberta’ di culto ad ogni persona, compresa la liberta’ di conversione che e’ il tema attraverso cui Samir Khalil Samir legge “il caso Allam”. Praticamente il contrario dell’Italia odierna dove non solo lo stato non e’ laico ma – e qui sta il paradosso degli interlocutori di Allam, cioe’ il centro destra – non si riesce nemmeno a costruire una bella moschea per quei musulmani che vogliano pregare, negando cosi’ il primo elementare diritto di cui alcuni opinionisti e politici straparlano in televisione ma che non sanno implementare nel loro paese.

Il problema dell’oggetto della manifestazione organizzata da Allam e’ che mancano interlocutori politici capaci di comprendere (aldila’ del giochino stupido delle radici giudaico-cristiane o della civilta’ occidentale) la posta in gioco. Purtroppo anche a sinistra, dove ancora la fede religiosa spesso e’ vista come un dato superfluo e non come un dato culturale fondamentale.

Io immagino che alcuni esponenti dell’amministrazione americana e alcuni che stanno a Bruxelles firmerebbero ora per avere stati islamizzati come morale, ma capitalisti e consumatori come mentalita’. Le due cose possono benissimo andare d’accordo: basta avere leader religiosi compiacenti. E mi sembra che in Egitto oggi sia in atto il grande esperimento. Paesi “compiacenti” dal punto di vista della politica estera, del regime economico e dell’uso delle risorse naturali, controllati all’interno dalla spirale religioso-moralista. Non e’ il medio oriente che voglio. Non ho capito quale sia il medio oriente che vuole Allam e con quali interlocutori – in Europa come in Medio Oriente – abbia in mente di realizzarlo.

Ma il tema della diversita’ culturale in Medio Oriente – oltre a essere una lezione quando se ne studia il passato – e’ irrinunciabile: ieri i curdi, oggi gli arabi cristiani e domani le popolazioni seminomadi di Giordania e Siria.

Mattia