Primo Levi e il giudeo-piemontese

Un articolo dello storico Alberto Cavaglion per La Stampa su Primo Levi, la parlata giudeo-piemontese e il suo particolarissimo dizionario del vecio parlar.

Dario.

Amira Hass a Berlino

Mercoledí 21 maggio Amira Hass era qui a Berlino durante la rassegna “Checkpoint: l’unico festival di cinema israelo-palestinese” per presentare lo spettacolo MurMure, tratto dalle sue interviste con Mahmud Al Safadi, detenuto politico che nel 2004 partecipò allo sciopero della fame all’interno della prigione di Ashkelon. Ariel Cypel e Gael Chaillet hanno lavorato alla stesura della sceneggiatura e lo spettacolo é giá stato presentato al centro culturale parigino Confluences.

Qui a Berlino sono state lette alcune scene : l’ironia stempera e allo stesso tempo fa risaltare i dialoghi incalzanti. Amira Hass ha detto che questo le sembra l’unico modo per raccontare e far arrivare la situazione drammatica che vivono i palestinesi, perché i giornali israeliani pubblicano poche notizie sulla Palestina e sui territori occupati, perché la stanchezza palestinese é tanta e non c’è molta voglia di raccontare le proprie storie per poi avere la sensazione che non é servito a nulla.

Ariel Cypel si é occupato delle prigioni israeliane e ha raccontato come la prigionia in Israele non sia solo all’interno delle strutture penitenziare, ma anche all’esterno, grazie a quella barriera difensiva che non permette a nessuno di vedere il proprio vicino, ma solo di immaginarlo come brutto, sporco e cattivo. Il muro….dovremmo parlare molto di piú di quelle associazioni che su entrambi i fronti si impegnano per creare dei contatti che scavalchino quell’ obbrobrio di cemento armato.

Un paio delle mie sensazioni: parlare in Germania delle ingiustizie che compie Israele provoca un silenzio raggelato. Sicuramente chi partecipa ad una rassegna simile é molto piú sciolto, spesso sa parlare molto bene ebraico, perché ha vissuto un periodo piú o meno lungo in Israele e quando torna non puó tacere sui checkpoint o sui fermi ingiustificati o su tutte quelle piccole ingiustizie che rendono il quotidiano molto faticoso per tante persone (stress psicologico israeliano compreso).

Ora come ora é un momento particolarmente difficile, perché il dialogo é una vocina flebile, perché i palestinesi sono separati tra di loro, perché nel mondo succedono tante altre cose. Eppure in una prigione é nato un dialogo che é arrivato fino a qui.

Anna

Una giornata alla Fiera Internazionale del Libro di Torino

Da buon ebraista e bibliofilo, giovedì 9 maggio sono stato alla giornata inaugurale della Fiera Internazionale del Libro di Torino. Il tema di quest’anno è Ci salverà la bellezza, citazione dall’Idiota di Dostoevskji, e lo Stato ospite d’onore è - come ormai sanno anche i muri - Israele. Contestazioni, boicottaggi, una manifestazione prevista per sabato 11 maggio eccetera eccetera. Io vi racconto ciò che ho visto. Preciso che non ero mai stato alla Fiera del Libro.

Nonostante il sensazionalismo dei giornali, al Lingotto non c’era nessun contestatore inferocito e neppure qualcuno a distribuire volantini contro la presenza israeliana alla Fiera o cose del genere. Ho ascoltato l’ultima parte dell’intervento di Abraham Yehoshua, dopo essere corso giù dal treno e dall’autobus, aver schivato l’uscita in pompa magna del Presidente della Repubblica insieme all’augusta consorte e tutto l’entourage presidenziale. Yehoshua discuteva con Elena Loewenthal, che conoscerete come una delle principali traduttrici dall’ebraico all’italiano, nonché saggista e studiosa di ebraistica, e con Alessandro Piperno, scrittore romano autore del romanzo uscito nel 2005 per Mondadori Con le peggiori intenzioni (interessante, a me non è piaciuto moltissimo per quel che può valere il mio giudizio).


Da sx: Elena Loewenthal, Abraham Yehoshua con l’interprete, Alessandro Piperno.

Dopodiché ho girovagato per gli stand delle varie case editrici: fantastico. Libri ovunque, tutte le novità editoriali, un paradiso. Lo stand dello Stato d’Israele, di dimensioni abbastanza ridotte, era dedicato ad autori israeliani (i noti Yehoshua, Oz, Grossman, ma anche Meir Shalev, Appelfeld, Liebrecht, Michael, Keret e autrici meno conosciute come Sara Shilo, Zruya Shalev). Altre sezioni dedicate alla storia d’Israele e dell’ebraismo con testi di Benny Morris, Dan Segre. Infine due banchetti con l’opera omnia rispettivamente di Elena Loewenthal e Fiamma Nirenstein.


Lo stand dello Stato d’Israele.

Questi due banchetti mi hanno lasciato un po’ perplesso perché se da una parte rispondono a logiche commerciali ovvie e pubblicizzano due autrici ebree italiane che vendono, dall’altro lato mi è parso scorretto dal punto di vista metodologico farne uno dei punti di forza della zona dedicata allo Stato d’Israele. Infine una zona gadget con t-shirt, spillette, bandierine israeliane e vari depliants, e una zona shopping con i prodotti cosmetici, creme, shampoo derivati dai sali del Mar Morto (che ormai sono uno dei prodotti commerciali più noti di Israele). Lo stand a mio parere poteva essere curato meglio evitando cadute di stile e depliants che non avevano molto a che fare con la letteratura e la cultura israeliana. Inoltre, lo spazio dedicato ai testi in ebraico era pressoché inesistente e anche riguardo alla letteratura tradotta, mi sarei aspettato una scelta più ampia.

Nel pomeriggio sono incappato nella diretta del programma di Radio 3 Rai Fahrenheit, dove insieme al conduttore chiacchieravano il grandissimo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, autore di romanzi splendidi e che consiglio a tutti, quali Badenheim 1939, e l’ebreo italiano Shlomo Venezia che partendo dal suo libro Sonderkommando Auschwitz, ha ricordato la sua esperienza nel campo di concentramento nazista.


Da sx: Aharon Appelfeld con la sua interprete, Shlomo Venezia e in piedi il conduttore di Fahrenheit, Marino Sinibaldi.

Infine, dopo una breve puntatina ad una conferenza sull’ebraismo italiano post-emancipazione del 1848 con Gadi Luzzatto Voghera e Fabio Levi, ho chiuso la giornata con la conferenza congiunta di tre scrittrici israelian recentemente tradotte in italiano: Zruya Shalev, Avirama Golan e Sarah Shilo (la prima pubblicata da Frassinelli, le altre due dalla benemerita Giuntina). Tre scrittrici quaranta/cinquantenni, molto attente ai problemi della vita di coppia, alla famiglia e che si sono rivelate l’antidoto migliore alla politica e alle ansie nazionali di Yehoshua.

Insomma, morale della favola: il boicottaggio mi è parso davvero insensato perché - vi assicuro - lo spazio dedicato a Israele è una minima parte del vastissimo programma della Fiera. Inoltre, la maggior parte degli scrittori sono interessati a discutere soprattutto di letteratura, di ciò che scrivono nelle loro opere, senza tornare in continuazione al conflitto israelo-palestinese come unico paradigma interpretativo dello Stato d’Israele.


Da sx: Zruya Shalev, Avirama Golan con l’interprete, Sarah Shilo.

Chiudo con una nota frivola e vi dico quali vips e meno vips ho incrociato. Tralasciando Giorgio Napolitano, mi sono imbattuto nella nostra Fiamma Nirenstein intervistata da Rainews24, in sua sorella Susanna (giornalista culturale de La Repubblica), in Susanna Tamaro seduta tra il pubblico di una conferenza, nel presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, nell’ambasciatore d’Israele Gideon Meir con la moglie (che era anche venuto per una conferenza l’anno scorso a Cà Cappello invadendo di poliziotti la calle che da Campo San Polo arriva al dipartimento).

Ho comprato cinque libri, prosciugando le mie finanze e sono tornato a casa con un lentissimo Intercity. Mi pare di poter dire che la letteratura abbia vinto sul boicottaggio e sulle contestazioni. Almeno per ora. Le foto che vedete sono mie.

Dario.

Qualche consiglio di lettura per il weekend

Segnalo alcuni articoli e news su temi interessanti e poco approfonditi da tv e giornali:
- la crisi del pane in Egitto, a cui la giornalista Paola Caridi (che alcuni di noi conosceranno per averla incontrata a Gerusalemme dove vive da alcuni anni e/o per i suoi articoli su Lettera 22) dedica parecchi post del suo nuovo blog Invisible Arabs.

- è uscito da pochi giorni in Israele l’ultimo romanzo di David Grossman, Isha borachat mi-bessora (”Una donna in fuga dalla notizia”), un corposo volume di oltre 600 pagine che sarà tradotto nei prossimi mesi in italiano per Mondadori. A detta di critici letterari israeliani, si tratterebbe del capolavoro di Grossman e, addirittura, di uno dei romanzi che cambieranno la letteratura israeliana contemporanea. La storia narra di una donna che fugge da una notizia nefasta, da ciò che non va nella sua vita, andando alla ricerca di risposte mentre percorre l’intera Israele. Il racconto si snoda dalla guerra del ‘67 fino all’incirca ai giorni nostri. La stesura è stata interrotta e poi ripresa dopo la morte del figlio di Grossman, Uri, caduto durante la guerra tra Israele e Libano dell’estate 2006. Su questo, linko un articolo di Alberto Stabile de La Repubblica, messo in rete da Informazione Corretta, con un commento di Aron Altaras.

- infine, un curioso reportage di Ha ‘Aretz su ciò che sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte a Beit Shemesh, non lontano da Gerusalemme. Lì, un gruppo di donne ebree ultra-ortodosse guidate da un’autoproclamata rabbina, vivono completamente velate (mani e volto compresi), indossando strali di cotone uno sopra l’altro, rifiutando di fare altro che non sia pregare e studiare la Torah, contravvenendo ai compiti tradizionali della donna nella famiglia ebrea ortodossa, il tutto in un’atmosfera misticheggiante a metà tra l’eresia e la new age. Questo ha comportato denunce da parte di alcuni mariti, cause davanti a tribunali rabbinici… Insomma, una storia ai limiti della realtà che da una parte mi ha fatto ridere, dall’altra anche rabbrividire. Per chi ne vuole sapere di più, legga Behind the veil.

Dario.

Il Popolo del Libro 2

Torno a parlare di libri, ebraismo e Medio Oriente segnalando alcuni volumi letti e/o usciti recentemente. Non ho ancora letto l’ultimo di Yehoshua. Conto di acquistarlo nei prossimi giorni e, appena l’avrò letto, prometto che ne scriverò sul blog. Per il momento segnalo:

1. Guri Schwarz, RITROVARE SE STESSI. Gli Ebrei nell’Italia postfascista, Laterza, Bari, 2004. Il saggio è di un paio d’anni fa ma l’argomento è attuale e interessante. Non è un libro da leggere prima di andare a dormire, ma un denso saggio scientifico scritto da un giovane storico ed ex normalista, amico di una mia amica e che ho conosciuto ad una cena mesi fa. Per chi si interessa di ebraismo italiano contemporaneo, penso sia uno dei migliori saggi degli ultimi anni.

2. Brian Whitaker, L’AMORE CHE NON SI PUO’ DIRE, Isbn, Roma, 2008.Un libro-reportage sull’omosessualità nel Medio Oriente di oggi. Il libro era uscito originariamente in inglese circa 3 anni fa. Di particolare interesse la descrizione delle attività del gruppo gay libanese Helem, noto in ambito Glbt internazionale per essere l’unico (o quasi) ad agire abbastanza “allo scoperto” in tutto il Medio Oriente. Sempre sull’omosessualità in Libano, segnalo anche il documentario del bravo Daniele Salaris, giovanissimo regista torinese, che dopo aver filmato il Gay Pride di Mosca e poi il World Gay Pride di Gerusalemme (2006), ha scelto Beirut per girarvi il suo “The Beirut Apartment”. Se interessati alle opere di Daniele, questo è il suo MySpace. Il documentario è selezionato sia per il Festival del cinema gay di Torino che per il London Gay Film Festival (che quand’ero a Londra offriva una nutrita serie di film gay israeliani :-)).

Ok. Due libri sono pochi ma al momento sono in crisi editoriale, dunque accontentiamoci. Chiudo dicendo che il filone di study gaylesbici e queer sul Medio Oriente, pur tra molte difficoltà e passi all’indietro, sta iniziando ad avere un certo successo. Potrei iniziare una serie di post su questo tema, e mi propongo di farlo in the next future. Ogni commento e proposta è ben accetta.

Dario.

Abraham Yehoshua

Non ho mai letto molto di letteratura ebraica contemporanea, qualche poesia, alcuni romanzi lasciati ancor prima di arrivare a metà.. Pensavo che venendo a Gerusalemme e vivendo qui per un po’ di tempo avrei avuto il tempo e lo spirito adatto e incentivato per immergermi nella lettura. La cosa per il momento non è andata proprio così ma prima o poi passerà. Non è questo comunque il punto.

La domenica sera solitamente è la mia serata relax, specialmente se me ne sto comoda comoda sul divano a guardare ’che tempo che fa’ alla televisione. Il terzo ospite, Abraham Yehoshua, era l’incognita della serata che avrebbe potuto alterare il mio già instabile umore. L’unico romanzo ebraico che ho iniziato, finito e che mi è pure piaciuto è stato ‘l’amante’, ma non avevo mai letto o sentito niente rispetto alla sua posizione nella questione israelo-palestinese.

Lo scrittore presenta il suo ultimo libro tradotto in italiano ‘Fuoco amico’. Dall’intervista emergono i temi fondamentali del libro quali la vita di coppia, l’identità, il rapporto padre-figlio.. E già qui mi innervosisco un po’ a pensare che a differenza di qualsiasi scrittore palestinese, gli scrittori israeliani hanno il privilegio di non sentire la questione israelo-palestinese come centrale, ma questa è una mia prospettiva personale e polemica!

In merito invece agli accadimenti degli ultimi giorni, lo scrittore descrive come ‘terribile’ l’idea di alcuni palestinesi per uno stato unico binazionale in cui risiedano palestinesi e israeliani insieme, senza spiegare cosa ci sia di così terribile. Ripercorre brevemente le tappe dalla fondazione dello stato di Israele alla ‘riunificazione’ di Gerusalemme. Ma la perla finale deve ancora venire.. Quando Fazio gli chiede come il dialogo sia sempre utile e costruttivo, lo scrittore riporta il seguente aneddoto. Un israliano ‘riceve’ una casa araba a Gerusalemme, tra le cose del precedente proprietario trova un libro di Shakespeare in arabo e l’israeliano è tutto contento perchè è un grande amatore dello scrittore inglese. Quando col tempo scopre dove abita l’arabo, lo va a trovare e gli riporta il suo libro di Shakespeare, tutto felice di avere qualcosa in comune con il precedente ‘inquilino’. Quando questo cattivo arabo gli sbatte la porta in faccia, l’israeliano ci rimane male perchè tutto il suo entusiasmo per un possibile dialogo è stato così brutalmente rifiutato.  

Non ho parole!! Questo gli ha fottuto la casa, gli restituisce un libro e si aspetta pure i ringraziamenti! Ed è un esempio riportato da uno dei maggiori intellettuali israeliani!!

Si conclude con un accenno alle parole di Magris riguardo al boicottaggio della Fiera del Libro di Torino e ci rimango male perchè Magris è uno scrittore che mi piace e che stimo.  

Per fortuna si manda tutto in vacca con la Littizzetto alla fine.. ma la tristezza rimane

Sul boicottaggio a Israele al Salone del Libro di Torino

Ho esitato a scrivere sulla querelle del boicottaggio a Israele in occasione del prossimo Salone del Libro di Torino, che si terrà a maggio 2008. Ho letto molti (troppi….) commenti, editoriali, articoli, ho ascoltato servizi radio e tv, abbiamo iniziato io e altri amici (molti dei quali leggono e scrivono su questo blog - quando se ne ricordano :-)) una piccola ma interessante discussione via email che in alcuni casi è proseguita telefonicamente (vero, Anna?). Mi sono arrivati appelli di docenti universitari contro il boicottaggio e appelli invece favorevoli al boicottaggio.

Io sono assolutamente contrario. Per molte ragioni: sia perché l’intento del Salone non è affatto di celebrare i 60 anni dello Stato d’Israele, ma di far conoscere una letteratura nazionale e stimolare un dibattito sui temi più ampi che coinvolgono quest’area geografica.Mi sono sinceramente stancato di sottolineare sempre che Israele è anche “altro” rispetto al conflitto, che ha molte più sfaccettature delle quali sarebbe bene tener conto una volta ogni tanto: la condizione femminile, le differenze ashkenaziti e “orientali” (e le differenze interne a questi due gruppi), gli immigrati dall’ex Urss, gli omosessuali, gli arabi israeliani eccetera. Perché boicottare tutto questo?

La letteratura israeliana ha in alcuni casi un intrinseco valore politico ma NON è politica in senso stretto. Non rappresenta nessun governo, neppure quando un singolo scrittore appoggi o contrasti un politico od un partito della Knesset.Dare spazio anche alla controparte palestinese all’interno del Salone per “par condicio” mi sembra del tutto assurdo. E la cosa che mi sconcerta è come ancora una volta si riduca Israele ad un unicum indistinto, privo di alcuna sfumatura.

Non mi pare che gli organizzatori abbiano commesso alcuna gaffe, o abbiano peccato di disattenzione verso gli intellettuali palestinesi e i palestinesi in generale. E mi domando se i cari amici del Pdci, di molti giornali della sinistra appena diventata “arcobaleno”, avrebbero scatenato tutto questo bailamme se anziché Israele al centro del Salone ci fosse stato l’Iran o Cuba o la Cina o la Tunisia. C’è chi parla di apartheid. Chi cita Primo Levi con toni minacciosi, così da far “vergognare” l’intera Israele e tutti i suoi abitanti, come se Israele fosse l’erede morale di non si sa bene chi e che cosa. Io dico solo: attenzione! Non usiamo paragoni impropri, scegliamo con cura le parole.

Ovviamente questa mia riflessione sarà presa, da molti, per il solito discorso filoisraeliano. Ma non è così. Sono stato a Ramallah, a Hebron. So qual è la situazione perché l’ho vista coi miei occhi. Non c’è bisogno che nessuno me lo rammenti. Ma da grande amante, da appassionato amante della letteratura, dei libri e della cultura vorrei solo più moderazione e meno ideologia da parte di tutti, me compreso.

Solo questo.

Dario.

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