Primo Levi e il giudeo-piemontese

Un articolo dello storico Alberto Cavaglion per La Stampa su Primo Levi, la parlata giudeo-piemontese e il suo particolarissimo dizionario del vecio parlar.

Dario.

10° Gay Pride Parade a Tel Aviv

Molte migliaia di omosessuali, lesbiche e transessuali hanno partecipato oggi nel centro di Tel Aviv ad una colorita ‘Gay Pride Parade’, giunta ormai alla decima edizione.

Ai margini della manifestazione ci sono stati scambi di battute polemiche con ebrei ortodossi di passaggio e con attivisti di estrema destra, che hanno lanciato invettive e manifestato ‘obbrobrio’. ‘Animali, andate a farvi curare’ era scritto su un cartello di protesta. La polizia ha precisato che comunque si sono avuti solo incidenti di lieve entita’.

Dopo aver sfilato con bandiere multicolori per le principali strade del centro, chiuse al traffico, i partecipanti alla ‘Gay Parade’ hanno infine raggiunto una spiaggia dove hanno dato vita a una allegra festa di massa. La giornata di festeggiamenti ‘gay’ e’ stata segnata dall’ inaugurazione di un grande centro sociale per gli abitanti omosessuali di Tel Aviv, messo a disposizione dal municipio. Nel frattempo fervono i preparativi per una nuova ‘Gay Pride Parade’ anche a Gerusalemme. La manifestazione, osteggiata negli ambienti religiosi ebraici, cristiani e musulmani, e’ stata fissata per la fine del mese.

(Comunicato ANSA da Gaynews; foto da Gogay.co.il).

Dario

Intervista ad ‘Ala al-Aswani

Su “Il Manifesto” on line del 29 maggio 2008 c’e’ un’intervista ad ‘Ala al-Aswani in occasione dell’uscita in lingua italiana (Feltrinelli) del suo ultimo libro Chicago. L’intervista e’ di Maria Teresa Carbone. Come tanti ho letto Palazzo Yacoubian (godibile lettura, ma non di piu’) e sono interessato a cosa dice l’autore che e’ sicuramente oggi l’autore arabo piu’ venduto. L’intervista mi piace perche’ e’ chiaro che lui conosce i suoi limiti: quando parla di sentirsi come un attore che interpreta i suoi personaggi oppure quando esprime consapevolezza di aver ripetuto lo stesso schema del precedente volume in Chicago (con la “galleria di personaggi” e l’idea di “microcosmo”), significa che conosce molto bene la sua posizione tra chi fa letteratura. Qualcosa a meta’ tra scrittore e sociologo.

Nell’intervista, pero’, c’e’ un passaggio che merita attenzione e che riguarda altre discussioni avute in passato nel blog. Gli viene chiesto della messa in scena dell’amore tra l’”egiziano” Naghi e l’”ebrea” Wendy (immagino un’americana). Lui risponde: “Gli ebrei cosi’ come i copti , appartengono alla storia dell’Egitto, sebbene un tempo non venissero identificati come tali, ma solo come egiziani. Anche in periodi in cui gli ebrei venivano perseguitati in Europa, facevano parte integrante della nostra societa’, e se molti se ne sono andati negli anni ‘50, dopo la rivoluzione, e’ stato piu’ per una questione di appartenenza a una classe sociale, che per il fatto di essere ebrei.”

Tutto molto bene, ma nella frase finale, secondo me, casca l’asino. Primo, non menziona che proprio qualche anno prima, ehm ehm, e’ nato uno stato di nome Israele… e guardate che non e’ casuale che non accenni alla cosa (come poter ammettere infatti che esistesse uno stato capace di attrarre gli ebrei dal “magnifico Egitto ” di quegli anni?). Secondo: a suo dire la motivazione fondamentale della fuga degli ebrei dall’Egitto sarebbe “l’appartenenza a una classe sociale”. Io penso che una “leggera” responsabilita’ l’abbia avuta anche il nuovo modello di nazionalismo scaturito dalla rivoluzione (che esclude, invece che includere come faceva quello egiziano di inizio secolo). Questo periodo della rivoluzione (e poi il nasserismo con l’islam come elemento  cardine dell’arabismo) invece, e’ - solo in parte giustamente - tutt’ora avvolto da un sentimento di cieca riverenza specie in opposizione alla trasformazione iniziata sotto Sadat.

Ora e’ evidente che nella situazione culturale dell’Egitto odierno con una dittatura di stampo capitalista-religioso e con una montante pressione islamista, bisogna aggrapparsi a qualcosa e che gli anni ‘50 e ‘60 rappresentino un modello positivo per chi voglia respirare un po’ di aria non intossicata. Allo stesso tempo pero’, non vedere i limiti di quel modello e non riconoscere le vere cause della fuga di moltissimi egiziani di religione ebraica e’ tipico di un certo tipo di formazione di molti arabi “laici” (politicamente).

Io sono sempre convinto che il panarabismo (che e’ morto e sepolto) vada ripensato criticamente: e vada fatto non solo nell’accademia, ma anche da intellettuali ascoltati e su posizioni laiche come di fatto e’ ‘Ala al-Aswani. Altrimenti passi in avanti non se ne fanno. E intanto l’islamizzazione dal basso avanza.

Mattia

PS Leggendo i giornali sotto Pasqua ho capito che uno dei motivi “a monte” della trasformazione culturale di Allam c’e’ stato il fatto traumatico di un rapporto amoroso con un’ebrea represso dalla famiglia di lui o di lei non so. Quindi il tema - che nel caso di Allam io ritengo “simbolico” e non reale, ma magari mi sbaglio… dovrei leggerne l’autobiografia se c’e’ e non ne ho intenzione - e’ all’ordine del giorno.

Una giornata alla Fiera Internazionale del Libro di Torino

Da buon ebraista e bibliofilo, giovedì 9 maggio sono stato alla giornata inaugurale della Fiera Internazionale del Libro di Torino. Il tema di quest’anno è Ci salverà la bellezza, citazione dall’Idiota di Dostoevskji, e lo Stato ospite d’onore è - come ormai sanno anche i muri - Israele. Contestazioni, boicottaggi, una manifestazione prevista per sabato 11 maggio eccetera eccetera. Io vi racconto ciò che ho visto. Preciso che non ero mai stato alla Fiera del Libro.

Nonostante il sensazionalismo dei giornali, al Lingotto non c’era nessun contestatore inferocito e neppure qualcuno a distribuire volantini contro la presenza israeliana alla Fiera o cose del genere. Ho ascoltato l’ultima parte dell’intervento di Abraham Yehoshua, dopo essere corso giù dal treno e dall’autobus, aver schivato l’uscita in pompa magna del Presidente della Repubblica insieme all’augusta consorte e tutto l’entourage presidenziale. Yehoshua discuteva con Elena Loewenthal, che conoscerete come una delle principali traduttrici dall’ebraico all’italiano, nonché saggista e studiosa di ebraistica, e con Alessandro Piperno, scrittore romano autore del romanzo uscito nel 2005 per Mondadori Con le peggiori intenzioni (interessante, a me non è piaciuto moltissimo per quel che può valere il mio giudizio).


Da sx: Elena Loewenthal, Abraham Yehoshua con l’interprete, Alessandro Piperno.

Dopodiché ho girovagato per gli stand delle varie case editrici: fantastico. Libri ovunque, tutte le novità editoriali, un paradiso. Lo stand dello Stato d’Israele, di dimensioni abbastanza ridotte, era dedicato ad autori israeliani (i noti Yehoshua, Oz, Grossman, ma anche Meir Shalev, Appelfeld, Liebrecht, Michael, Keret e autrici meno conosciute come Sara Shilo, Zruya Shalev). Altre sezioni dedicate alla storia d’Israele e dell’ebraismo con testi di Benny Morris, Dan Segre. Infine due banchetti con l’opera omnia rispettivamente di Elena Loewenthal e Fiamma Nirenstein.


Lo stand dello Stato d’Israele.

Questi due banchetti mi hanno lasciato un po’ perplesso perché se da una parte rispondono a logiche commerciali ovvie e pubblicizzano due autrici ebree italiane che vendono, dall’altro lato mi è parso scorretto dal punto di vista metodologico farne uno dei punti di forza della zona dedicata allo Stato d’Israele. Infine una zona gadget con t-shirt, spillette, bandierine israeliane e vari depliants, e una zona shopping con i prodotti cosmetici, creme, shampoo derivati dai sali del Mar Morto (che ormai sono uno dei prodotti commerciali più noti di Israele). Lo stand a mio parere poteva essere curato meglio evitando cadute di stile e depliants che non avevano molto a che fare con la letteratura e la cultura israeliana. Inoltre, lo spazio dedicato ai testi in ebraico era pressoché inesistente e anche riguardo alla letteratura tradotta, mi sarei aspettato una scelta più ampia.

Nel pomeriggio sono incappato nella diretta del programma di Radio 3 Rai Fahrenheit, dove insieme al conduttore chiacchieravano il grandissimo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, autore di romanzi splendidi e che consiglio a tutti, quali Badenheim 1939, e l’ebreo italiano Shlomo Venezia che partendo dal suo libro Sonderkommando Auschwitz, ha ricordato la sua esperienza nel campo di concentramento nazista.


Da sx: Aharon Appelfeld con la sua interprete, Shlomo Venezia e in piedi il conduttore di Fahrenheit, Marino Sinibaldi.

Infine, dopo una breve puntatina ad una conferenza sull’ebraismo italiano post-emancipazione del 1848 con Gadi Luzzatto Voghera e Fabio Levi, ho chiuso la giornata con la conferenza congiunta di tre scrittrici israelian recentemente tradotte in italiano: Zruya Shalev, Avirama Golan e Sarah Shilo (la prima pubblicata da Frassinelli, le altre due dalla benemerita Giuntina). Tre scrittrici quaranta/cinquantenni, molto attente ai problemi della vita di coppia, alla famiglia e che si sono rivelate l’antidoto migliore alla politica e alle ansie nazionali di Yehoshua.

Insomma, morale della favola: il boicottaggio mi è parso davvero insensato perché - vi assicuro - lo spazio dedicato a Israele è una minima parte del vastissimo programma della Fiera. Inoltre, la maggior parte degli scrittori sono interessati a discutere soprattutto di letteratura, di ciò che scrivono nelle loro opere, senza tornare in continuazione al conflitto israelo-palestinese come unico paradigma interpretativo dello Stato d’Israele.


Da sx: Zruya Shalev, Avirama Golan con l’interprete, Sarah Shilo.

Chiudo con una nota frivola e vi dico quali vips e meno vips ho incrociato. Tralasciando Giorgio Napolitano, mi sono imbattuto nella nostra Fiamma Nirenstein intervistata da Rainews24, in sua sorella Susanna (giornalista culturale de La Repubblica), in Susanna Tamaro seduta tra il pubblico di una conferenza, nel presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, nell’ambasciatore d’Israele Gideon Meir con la moglie (che era anche venuto per una conferenza l’anno scorso a Cà Cappello invadendo di poliziotti la calle che da Campo San Polo arriva al dipartimento).

Ho comprato cinque libri, prosciugando le mie finanze e sono tornato a casa con un lentissimo Intercity. Mi pare di poter dire che la letteratura abbia vinto sul boicottaggio e sulle contestazioni. Almeno per ora. Le foto che vedete sono mie.

Dario.

Roma e Gerusalemme: Fiamma Nirenstein e la destra italiana

Ha’ Aretz pubblica oggi un’intervista a Fiamma Nirenstein, neoeletta deputata al parlamento nelle file del Popolo della Libertà. Tra i molti commenti dell’intervistatore, si legga con attenzione questo:

Berlusconi, the avowed capitalist and most avid pro-American in Europe, on the one hand, the Lega Nord (Northern League) with its wild incitement on the other, and then Fini and his former neo-facist party. Angela Merkel and Nicolas Sarkozy almost seem like communists in comparison to this bunch.

Ecco. Che dire? Non so se ciò corrisponda all’idea che hanno la maggioranza degli israeliani (che probabilmente, e come dar loro torto, sono molto poco interessati alla politica interna italiana). E’ un fatto che una certa Israele, intellettualmente colta, liberale di sinistra e riformista, che legge Ha ‘Aretz, ascolta le parole di pace di David Grossman, questa Israele è un tantino schifata dall’esito delle nostre elezioni.

Poi, un secondo ed ultimo commento. Nirenstein, pur vivendo in Israele e lavorando come corrispondente da Gerusalemme da molti anni, nonostante sia di origine ebraica, ha preferito non prendere la cittadinanza israeliana. Scelta legittima e personale. Perché? Risposta:

She did not obtain Israeli citizenship because she thought an Israeli passport would hinder her in her work, but aside from that, she also thinks that “every Jew in the world is an Israeli even if he’s not aware of it. Anyone who doesn’t know it is making a big mistake.”

Ogni ebreo del mondo è un israeliano anche se non ne è consapevole? Siamo fermi a questa logica post-guerra del ‘48? E questa sarebbe la deputata che, a suo dire, porterà avanti la causa d’Israele in parlamento? Ho molto rispetto per le opinioni di Fiamma Nirenstein e in alcune cose sono certo che sono anche d’accordo con lei. Però, di fronte a queste dichiarazioni io cado dal pero. Ragioniamo un momento: in Israele ci sono cittadini non ebrei (arabi con cittadinanza, arabi senza cittadinanza, russi di lontana ascendenza ebraica ma che non si definiscono ebrei, filippini, thailandesi etc. tutti senza cittadinanza né con la possibilità - al momento - di ottenerla). Per quale ragione un ebreo che vive bel bello a Roma o a Parigi, è più israeliano di loro? Non mi pare che il modo migliore per affrontare i problemi di Israele sia fossilizzarsi su una logica inattuale, cercando alleanze con una destra italiana populista e in alcuni casi (post)fascista. A me che Gianfranco Fini sia stato a Gerusalemme non importa un bel niente, perché sono fermamente convinto che la base del suo partito sia ancora legata a rituali e ideologie vicinissime al MSI e che conservi una concezione giustificatoria e benevola del fascismo.

Nirenstein ha fatto una scelta a mio modo di vedere sbagliata. Ed è sbagliata non perché un ebreo italiano non può essere di destra. Questa è ovviamente una scemenza. Ma non può essere di questa destra, quando giustifichi il suo stare in quella parte politica con la spiegazione che solo da lì si possono difendere le ragioni di Israele. La sinistra (non tutta, ma quasi) ha svenduto Israele alla destra, lasciando proliferare le idee - diverse ma unite da un unico comun denominatore - di Magdi (Cristiano) Allam, di Fiamma Nirenstein, di Oriana Fallaci. Che tra i più vivaci sostenitori di Israele oggi vi sia appunto Gianfranco Fini, a me fa spavento. Oltretutto perché non è certo una difesa ad oltranza ciò di cui Israele ha bisogno.

Da ultimo, agli occhi dell’elettorato passerà (è già passato?) il messaggio che gli ebrei italiani sono rappresentati da Fiamma Nirenstein, quando invece non è così. Che vi sia un deputato di origine ebraica in parlamento è un fatto positivo (peraltro già ce n’erano anche nella precedente legislatura e fin dai tempi gloriosi dell’Assemblea costituente con il comunista Umberto Terracini). Ma non prendiamo le idee di Nirenstein come le idee dell’ebraismo italiano. Nirenstein rappresenta se stessa e le persone che l’hanno votata. Il problema, e concludo, non è tanto (o non solo) il fatto che Nirenstein sieda accanto ad ex fascisti (perché già penso a chi direbbe: “eh, ma di là sono comunisti!”), ma che le idee su ad es. immigrazione, omosessuali, laicità dello Stato della destra italiana siano figlie di un’ideologia conservatrice, a tratti xenofoba che qualunque cittadino, ebreo o cattolico o valdese o quant’altro, figlio della Resistenza (quale è Nirenstein), dovrebbe aborrire. E’ inutile che ogni volta che uno farà il saluto fascista ad un comizio o quando la Lega Nord avrà parole di fuoco contro gli immigrati, è inutile che Nirenstein prenda (e sono certo che lo farà) le distanze. Non si può fare della difesa di Israele il proprio programma politico. Perché non si ragiona su una politica estera mediterranea, israeliana ed europea, col supporto di Stati arabi volenterosi? E’ una prospettiva ben più difficile delle facilonerie anti-musulmane della destra, ma forse sarebbe auspicabile provarci. Poi: contenta lei, contenti tutti.

Questo, lo dico di cuore, non vuole essere in alcun modo un post contro Fiamma Nirenstein che, ripeto, per certi versi è una persona che stimo. Le mie sono soltanto le parole inquiete di chi davvero non riesce a capire certe scelte, soprattutto quando sono compiute da persone che tutto sommato sono più vicine a noi di molte altre.

Colgo l’occasione per augurare una felice Pesah. Hag Sameakh a tutti/e!

Dario

Qualche consiglio di lettura per il weekend

Segnalo alcuni articoli e news su temi interessanti e poco approfonditi da tv e giornali:
- la crisi del pane in Egitto, a cui la giornalista Paola Caridi (che alcuni di noi conosceranno per averla incontrata a Gerusalemme dove vive da alcuni anni e/o per i suoi articoli su Lettera 22) dedica parecchi post del suo nuovo blog Invisible Arabs.

- è uscito da pochi giorni in Israele l’ultimo romanzo di David Grossman, Isha borachat mi-bessora (”Una donna in fuga dalla notizia”), un corposo volume di oltre 600 pagine che sarà tradotto nei prossimi mesi in italiano per Mondadori. A detta di critici letterari israeliani, si tratterebbe del capolavoro di Grossman e, addirittura, di uno dei romanzi che cambieranno la letteratura israeliana contemporanea. La storia narra di una donna che fugge da una notizia nefasta, da ciò che non va nella sua vita, andando alla ricerca di risposte mentre percorre l’intera Israele. Il racconto si snoda dalla guerra del ‘67 fino all’incirca ai giorni nostri. La stesura è stata interrotta e poi ripresa dopo la morte del figlio di Grossman, Uri, caduto durante la guerra tra Israele e Libano dell’estate 2006. Su questo, linko un articolo di Alberto Stabile de La Repubblica, messo in rete da Informazione Corretta, con un commento di Aron Altaras.

- infine, un curioso reportage di Ha ‘Aretz su ciò che sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte a Beit Shemesh, non lontano da Gerusalemme. Lì, un gruppo di donne ebree ultra-ortodosse guidate da un’autoproclamata rabbina, vivono completamente velate (mani e volto compresi), indossando strali di cotone uno sopra l’altro, rifiutando di fare altro che non sia pregare e studiare la Torah, contravvenendo ai compiti tradizionali della donna nella famiglia ebrea ortodossa, il tutto in un’atmosfera misticheggiante a metà tra l’eresia e la new age. Questo ha comportato denunce da parte di alcuni mariti, cause davanti a tribunali rabbinici… Insomma, una storia ai limiti della realtà che da una parte mi ha fatto ridere, dall’altra anche rabbrividire. Per chi ne vuole sapere di più, legga Behind the veil.

Dario.

Alla ricerca di un’impossibile comunione. Riflessioni minime sull’attentato alla yeshivah Merkaz Ha Rav

Come abbiamo letto tutti sui giornali di alcuni giorni fa, un attentatore palestinese ha ucciso alcuni studenti ortodossi in una yeshivah nei pressi di Gerusalemme. La yeshivah in questione è la famosa Merkaz Ha Rav (lett. “il centro del rabbino”), cioé l’erede delle due grandi e discusse figure di rabbi Abraham Yitzchaq Kook Ha Kohen (1865-1935) e del figlio, Zvi Yehudah Kook (1891-1982) - quest’ultimo considerato l’ideologo della Grande Israele e di ciò che sarebbe diventato, con la guerra del ‘67, Gush Emunim.

Insomma, la scelta di questa yeshivah come luogo dell’attentato è forse stata casuale e dettata da ragioni svariate. Non lo so. Resta il fatto che ad essere colpito, simbolicamente e non solo, è stato uno dei luoghi dell’anima del movimento nazionalista-religioso israeliano. Una scuola che dal ‘67 ad oggi è stata molto vicina al movimento dei coloni di Gush Emunim, coltivando una via ebraica e messianica per il futuro di Israele. Nelle intenzioni del suo fondatore, rav Kook Ha Kohen, la yeshivah avrebbe probabilmente dovuto andare in ben altre direzioni. Rav Kook padre infatti non fu mai un sionista in senso stretto, ricercando una mediazione tra il laicismo dei pionieri del sionismo socialista (soprattutto prima del ‘4 8) e l’ortodossia ebraica. Il suo pensiero, a tratti ambiguo e suscettibile di letture contrastanti, fu riscoperto in chiave ultra-nazionalista dal figlio Zvi Yehudah soprattutto dopo la guerra dei Sei Giorni. Zvi Yehudah trasformò la yeshivah fondata dal padre, fino a quel momento piuttosto marginale nel mondo ortodosso ebraico-israeliano, nel luogo fondante di un nuovo messianismo religioso ebraico, affiancandosi presto al “blocco dei credenti”, in ebraico Gush Emunim.

Quando ho letto, giorni fa, che era stata colpita proprio la yeshivah Merkaz Ha Rav, inizialmente ho pensato “beh…chissà quante yeshivot hanno questo nome oggi…”. Poi ho scoperto che invece era proprio la yeshivah di rav Kook Ha Kohen ad essere stata colpita. E mi è scivolata addosso un po’ di tristezza e di rabbia, nel vedere che il lascito di un rabbino severo ma intelligente sia stato a tal punto travolto dalla Storia, da divenire un luogo di morte e di odio. Mi fa rabbia pensare che rav Kook Ha Kohen e Gush Emunim siano visti come facce della stessa medaglia quando molte e profonde sono le differenze tra i due. Tra la moralità ebraica, rigida ma profondamente coerente con se stessa di rav Kook e il nazionalismo acritico di Gush Emunim. Con la mente sono tornato alle giornate piovose d’inverno, mentre studente a Londra studiavo e scrivevo il mio essay su Rav Kook Ha Kohen, mentre discutevo con la mia compagna di corso tedesca dell’ideologia della destra israeliana. Ho pensato agli studenti di yeshivah che incontro sempre a Gerusalemme, sui pullman della città. Cosa pensano? Come affrontano le banalità della vita? Che cosa mangiano per colazione? Sono domande sciocche, eppure sarei curioso di saperlo.

Non offro giudizi critici né ideologici sugli eventi che nelle ultime settimane si sono succeduti a Gaza e in Israele. E’ in corso una guerra, come leggevo giorni fa in un editoriale de La Repubblica. Una guerra che mi logora, al punto che preferisco ignorare per giorni tutte le notizie che arrivano da Israele e dal Medio Oriente. Mi domando cosa mi (ci) spinga ad amare questa terra, se non la ricerca di una primigenia armonia, di un’impossibile comunione. Chissà.

Dario.

P.S. Sull’attentato alla yeshivah Merkaz Ha Rav:
- un commento di Gideon Levy su Ha ‘Aretz, Heads to the right
- un’analisi di Guido Guastalla da Informazione Corretta, Quei ragazzi hanno un nome

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