10° Gay Pride Parade a Tel Aviv

Molte migliaia di omosessuali, lesbiche e transessuali hanno partecipato oggi nel centro di Tel Aviv ad una colorita ‘Gay Pride Parade’, giunta ormai alla decima edizione.

Ai margini della manifestazione ci sono stati scambi di battute polemiche con ebrei ortodossi di passaggio e con attivisti di estrema destra, che hanno lanciato invettive e manifestato ‘obbrobrio’. ‘Animali, andate a farvi curare’ era scritto su un cartello di protesta. La polizia ha precisato che comunque si sono avuti solo incidenti di lieve entita’.

Dopo aver sfilato con bandiere multicolori per le principali strade del centro, chiuse al traffico, i partecipanti alla ‘Gay Parade’ hanno infine raggiunto una spiaggia dove hanno dato vita a una allegra festa di massa. La giornata di festeggiamenti ‘gay’ e’ stata segnata dall’ inaugurazione di un grande centro sociale per gli abitanti omosessuali di Tel Aviv, messo a disposizione dal municipio. Nel frattempo fervono i preparativi per una nuova ‘Gay Pride Parade’ anche a Gerusalemme. La manifestazione, osteggiata negli ambienti religiosi ebraici, cristiani e musulmani, e’ stata fissata per la fine del mese.

(Comunicato ANSA da Gaynews; foto da Gogay.co.il).

Dario

No te paghi? No te parti.

No te paghi? No te parti. Mi sembra ovvio. E visto che, si sa, chi non paga il biglietto sono gli extracomunitari che ci rubano il posto di lavoro, gli zingari che rapiscono i bambini e i musulmani che vogliono le moschee al posto delle chiese, il comune di Treviso ha ben pensato di diffondere questa campagna contro il mancato pagamento dei biglietti sugli autobus urbani della città.

Come distruggere quindici anni e più di politiche sui migranti e a favore della multiculturalità con un solo manifesto. E non vi preoccupate: ne hanno stampato uno anche in cinese. Razzismo sans frontières. Ghe sboro

Dario.
(Grazie a River-blog per la segnalazione).

Iran e omosessualità

Un reportage sull’omosessualità in Iran di Felix Cossolo, direttore della rivista gay “Clubbing”.

Dario.

Qualche consiglio di lettura per il weekend

Segnalo alcuni articoli e news su temi interessanti e poco approfonditi da tv e giornali:
- la crisi del pane in Egitto, a cui la giornalista Paola Caridi (che alcuni di noi conosceranno per averla incontrata a Gerusalemme dove vive da alcuni anni e/o per i suoi articoli su Lettera 22) dedica parecchi post del suo nuovo blog Invisible Arabs.

- è uscito da pochi giorni in Israele l’ultimo romanzo di David Grossman, Isha borachat mi-bessora (”Una donna in fuga dalla notizia”), un corposo volume di oltre 600 pagine che sarà tradotto nei prossimi mesi in italiano per Mondadori. A detta di critici letterari israeliani, si tratterebbe del capolavoro di Grossman e, addirittura, di uno dei romanzi che cambieranno la letteratura israeliana contemporanea. La storia narra di una donna che fugge da una notizia nefasta, da ciò che non va nella sua vita, andando alla ricerca di risposte mentre percorre l’intera Israele. Il racconto si snoda dalla guerra del ‘67 fino all’incirca ai giorni nostri. La stesura è stata interrotta e poi ripresa dopo la morte del figlio di Grossman, Uri, caduto durante la guerra tra Israele e Libano dell’estate 2006. Su questo, linko un articolo di Alberto Stabile de La Repubblica, messo in rete da Informazione Corretta, con un commento di Aron Altaras.

- infine, un curioso reportage di Ha ‘Aretz su ciò che sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte a Beit Shemesh, non lontano da Gerusalemme. Lì, un gruppo di donne ebree ultra-ortodosse guidate da un’autoproclamata rabbina, vivono completamente velate (mani e volto compresi), indossando strali di cotone uno sopra l’altro, rifiutando di fare altro che non sia pregare e studiare la Torah, contravvenendo ai compiti tradizionali della donna nella famiglia ebrea ortodossa, il tutto in un’atmosfera misticheggiante a metà tra l’eresia e la new age. Questo ha comportato denunce da parte di alcuni mariti, cause davanti a tribunali rabbinici… Insomma, una storia ai limiti della realtà che da una parte mi ha fatto ridere, dall’altra anche rabbrividire. Per chi ne vuole sapere di più, legga Behind the veil.

Dario.

Mohsin Hamid sul caso Allam

Il giornalista di origine egiziana Magdi Allam, vicedirettore del “Corriere della Sera”, si è convertito al cattolicesimo ed è stato battezzato da papa Benedetto XVI durante la veglia di Pasqua. Non me la sento di commentare o di dire alcunché sull’accaduto.

Credo che il pensiero di molti sia ben espresso, meglio di quanto possa fare io, dallo scrittore e intellettuale pachistano Mohsin Hamid, autore del bellissimo Il Fondamentalista Riluttante, romanzo che consiglio a tutti coloro che non l’abbiano già letto: “ci sono milioni di persone che senza abbandonare la loro fede si “convertono” a un mondo multireligioso, imparano a convivere con gli altri senza uccidersi. Non fa notizia, non finisce sui media, ma è così. Dovremmo essere molto sospettosi verso chi vuol farci credere a uno scontro “tra religioni”, viste come blocchi monolitici. Quando la paura che ha invaso il mondo dopo l’11 settembre, aggravata dalle immigrazioni di massa, recederà, capiremo che è così: se la Gran Bretagna batte a calcio la Francia, non è la vittoria di uno Stato sull’altro: è solo un calciatore inglese che ha buttato una palla in porta. Se un musulmano è battezzato dal Papa, non è la vittoria della cristianità sull’islam. Esagerare il simbolico è molto, molto pericoloso”.

L’intervista intera a Hamid la trovate qui.

Dario.

Viaggio semiserio nella politica (estera) italiana

Vorrei sottoporre ai lettori e alle lettrici di questo blog un semplice e intrigante quesito: chi voterete alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008? Voi direte: ma come, qui non si doveva parlare solo di Medio Oriente et similia? Sì, infatti. Infatti perché la mia domanda è: quanto le questioni di politica estera e mediorientale, dal conflitto israelo-palestinese, alla guerra in Iraq, al Libano, passando per le stravaganze di Gheddafi e le repressioni silenziose di Ben Ali in Tunisia, ebbene: quanto tutto questo influisce nel nostro voto politico?

Nel mio caso, tutto ciò influisce molto, soprattutto la questione israelo-palestinese e le valutazioni che ne traggono alcuni movimenti e partiti. A costo di provocare polemiche (magari! Visto che i commenti ai post languono…), dico che:

il Pdl ha candidato una specie di triade monoteista, vale a dire Fiamma Nirenstein (giornalista e scrittrice) nelle file di Jhwh, Suad Asbahi (presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia) per Allah e Eugenia Roccella (portavoce del Family Day) per Nostro Signore Gesù Cristo. Poi, per non farsi mancare nulla, Berlusconi ha anche fatto salire sul suo carro un fascista, tal Ciarrapico. Aldilà dei pentimenti di Fini a Yad wa-Shem a Gerusalemme, aldilà della buona fede di Fiamma Nirenstein alla quale, nonostante tutto, voglio credere, aldilà di tutto: mi pare che il Pdl sul Medio Oriente, Israele etc. abbia sbagliato praticamente tutto o quasi. Per non dire dell’atteggiamento verso i migranti, a cominciare da quanto era successo mesi fa con l’omicidio della signora Reggiani a Roma e la conseguente “caccia al rumeno”.

Passiamo al PD. Tralasciando l’ormai notoria propensione anti-israeliana di Massimo D’Alema, che preferisce andare a braccetto con Hizballah tra le macerie di Beirut, tutto sommato la situazione non è così tragica come per il Pdl. A voler essere precisi, Veltroni non ha ancora ben chiarito la sua posizione in politica estera se non accennare con toni pacati e incomprensibili alle mediazioni che bisogna ricercare per arrivare alla pace nel mondo. Grazie. La scoperta dell’acqua calda. Anche qui poi, la “caccia al rumeno” mi pare sia abbastanza diffusa.

Sinistra Arcobaleno. Sono stato tentato dal votarla, poi ho letto il programma elettorale, dove la barriera di separazione tra Israele e Territori viene definita “Muro dell’apartheid” e mi sono cadute le braccia. Poi mi sono ricordato di Oliviero Diliberto, di Francesco Caruso e di Luisa Morgantini e ho deciso che, sebbene per altre questioni io sia un fedele seguace di Rifondazione Comunista e compagnia, quel che è troppo è troppo. Il muro (o barriera) non piace neppure a me, ma non è definendolo “dell’apartheid” che si risolvono i problemi che stanno dietro al muro, né i problemi israeliani né quelli palestinesi.

Udc di Casini: come diceva il Poeta: “non ti curar di lor/ma guarda e passa”. Io passo.

La Destra: peggio che andar di notte.

Altri candidati: mi pare esista un partito (cioé saranno quattro gatti ma comunque..) che si chiami Sinistra Critica ecologista, femminista etc., oggi ho sentito in tv la sua candidata che parlava di “lotta contro i capitalisti”. Se l’avessero lasciata parlare, avrebbe probabilmente citato col pugno chiuso “i compagni della Resistenza palestinese” e a quel punto avrei lanciato un piatto contro il televisore, ma per fortuna ho subito cambiato canale. C’era “Beautiful” su Canale 5.

Partito Socialista di Boselli: mi sembrano ragionevoli, una posizione europeista, riformista. Ma sono talmente piccoli che uno si domanda: “sarà il caso di votarli?”. Boh. Forse sì.

Insomma, il mio endorsement andrebbe (al momento) anche per questioni di politica estera al minuscolo PS. E’ un’opinione personale, della quale mi assumo l’onere e l’onore come si dice in questi casi. Quello che mi duole è che la politica estera (tranne ultimamente l’emergenza Tibet), così come i temi etici (coppie di fatto, omofobia, questione femminile, fecondazione assistita…) siano drammaticamente assenti dalla campagna elettorale. Tutti a parlare di liste, listini, di chi ha fatto questo e chi non ha fatto quello.

Come spesso mi succede, sono allibito.

Dario.

Prerequisiti per la pace di Mustafa Barghouthi

Prerequisiti per la pace

di Mustafa Barghouthi

Come persona che da decadi ha sostenuto una soluzione basata su due Stati e la lotta non violenta per i diritti dei Palestinesi, guardo alla recente Conferenza di Annapolis con una grande dose di scetticismo e un barlume di speranza.

Sette anni senza negoziati – e un numero crescente di insediamenti israeliani, un blocco economico a Gaza e una rete intricata di blocchi stradali e checkpoint che impediscono il movimento nella West Bank- ci hanno portati alla disperazione e alla diffidenza. Ogni impegno deve essere attuato non solo per concludere un accordo entro il 2008 ma anche per porre fine all’occupazione di Israele.

I Palestinesi devono anche rimarginare le loro divisioni interne. Ciò deve includere riforme istituzionali per sradicare la corruzione e il nepotismo. Il primo passo in questo processo sono le elezioni democratiche ad ogni livello del governo.

Dobbiamo liberarci della falsa dicotomia   tra Fatah e Hamas. Queste non sono le uniche opzioni. Il mio movimento, la Palestinian National Iniziative che esiste da 5 anni, offre un’alternativa puntando su elezioni democratiche, su un governo trasparente e sulla costruzione delle istituzioni. Il nostro scopo è di democratizzare e di coinvolgere il movimento nazionale palestinese in un’unica strategia che si confronti con l’attuale occupazione militare e la confisca della nostra terra e delle nostre risorse. Noi ci battiamo per raggiungere i nostri diritti nazionali nella nostra paese e per stabilire una giustizia sociale e sostenere i diritti degli svantaggiati e degli emarginati, incluse le donne, i bambini e le persone disabili.

La Palestinian National Iniziative è nata in risposta agli appelli della popolazione palestinese per la possibilità di partecipare nella creazione di uno stato indipendente, fattibile, democratico e prosperoso che garantisca sicurezza, giustizia, uguaglianza davanti alla legge e una vita dignitosa per i suoi cittadini.

Il fermo impegno del nostro movimento per la democrazia e la non violenza può essere visto, per esempio, nelle nostre manifestazioni pacifiche contro il muro dell’Apartheid israeliano. Per oltre due anni, abbiamo sostenuto la lotta popolare – e per questo di successo- di Bili’in, villaggio della West Bank, per la rimozione del muro dalla sua terra. Abbiamo reiterato queste azioni non violente, con il sostegno di gruppi di solidarietà internazionali, in altre città e villaggi della Cisgiordania.

Ma la piena democrazia, una reale riforma e unità che il nostro popolo merita non può fiorire sotto i presupposti dell’occupazione. Il governo di unità nazionale è crollato quest’anno quando il governo era incapace di pagare i suoi lavoratori dopo che Israele   ha trattenuto centinaia di milioni di dollari in tasse che appartenevano all’Autorità Palestinese.

Inoltre, troppi civili innocenti palestinesi e israeliani hanno sofferto e sono morti a causa della persistenza dell’occupazione militare delle nostre terre da parte di Israele. La nostra vita quotidiana peggiora perché siamo continuamente schiacciati e ridotti in riserve di terra sempre più piccole e Israele continua ad accerchiare Gerusalemme con insediamenti illegali che la segregano e separano dalla West Bank. Il numero delle colonie israeliane nella West Bank, inclusa l’occupata Gerusalemme Est, è cresciuto dalle 268,000 a più di 420,000 da quando furono firmati gli accordi di pace di Oslo. Anche oggi, Israele sta tradendo le sue promesse -sotto la “road map” per la pace sponsorizzata dagli Stati Uniti- di congelare ogni attività degli insediamenti.

Siamo consapevoli della storia dolorosa dei nostri vicini Israeliani. La sofferenza sopportata dagli Ebrei nell’Europa Cristiana è stata terribile. Ma oggi, Israele ha la più grande potenza militare del Medio Oriente, e i Palestinesi sono quelli che soffrono di più.

I palestinesi hanno partecipato ad Annapolis in buona fede. Ma noi non possiamo semplicemente abbandonare i diritti del nostro popolo, rifugiati inclusi. Noi cerchiamo per loro niente di più di quello che spetta loro secondo il diritto internazionale, e un modo deve essere trovato per arrivare a questi diritti inalienabili.

Abbiamo fatto la nostra più generosa offerta nel concordare di stabilire il nostro Stato sovrano nella Cisgiordania e a Gaza, solo con il 23% della Palestina storica. Questo è approssimativamente la metà di quello che le Nazioni Unite ci hanno assegnato circa 60 anni fa. Abbiamo già più che fatto il nostro compromesso storico con Israele. Compromettere il compromesso rischia di lasciarci con uno scheletro di stato.

E uno stato insensato e vuoto non è la base su cui costruire una pace sostanziale. Uno stato solo di nome non sarà abbastanza. Uno stato richiede sovranità. Uno stato richiede libertà di movimento e una libera economia. Uno stato richiede un governo democraticamente eletto che possa governare indipendentemente, senza interferenze da parte di Israele.

Annapolis ha rappresentato un’opportunità – forse l’ultima prima che la possibilità di una soluzione di due Stati svanisca. Il popolo palestinese concorderà sui due Stati solo quando Israele ritirerà i suoi insediamenti e rimuoverà il muro, quando finirà la sua brutale occupazione militare dei territori palestinesi conquistati nel 1967, quando riconoscerà i diritti dei rifugiati e sarà d’accordo nel condividere Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Tuttavia, se la soluzione di due stati diventasse impossibile, i futuri leader di Palestina potrebbero essere costretti a chiedere uguali diritti all’interno di uno stato. Spetta a Israele accelerare verso una soluzione di due stati.  

La domanda di base che i Palestinesi hanno per Israele è: Saremo trattati come uguali esseri umani, con pari diritti e pari dignità? Se la risposta è sì, allora ci sarà una soluzione basata sui due stati. Allora ci sarà la pace.

Mustafa Barghouthi, medico, membro del Parlamento Palestinese e ex Ministro dell’Informazione, ha fondato organizzazioni che assicurano servizi sanitari per i Palestinesi. da Daily News -  12.12.2007. Traduzione dall’ inglese a cura ufficio Segreteria di Luisa Morgantini

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