Un paio di pensieri dalla Terra Santa

Rientro a Gerusalemme dopo un paio di giorni nella capitale del Balagan (si veda commento di Dario), Haifa. La città è bellissima,se non altro perchè il Mediterraneo è sempre lì. Ho abitato nel campus dell’ università, da una parte vedi il mare, dall’altra la Galilea…c’è un’aria tersa, un’atmosfera meno tesa rispetto alla capitale, ci sono studenti che parlano in arabo, studentesse velate…ti viene il pensiero che allora sia possibile una convivenza. Le bandiere sono ovunque, mi azzardo a dire che mi ricordano la presenza dei ritratti dei presidenti in Tunisia e in Siria. Le discussioni di politica non sono all’ordine del giorno come in Palestina, ma quando ci sono arrivano puntuali e ti vengono snocciolati tutti i trattati dal mandato britannico ad oggi e la situazione antidemocratica dei paesi arabi….e lì mi sembra di ricevere un colpo in testa, di quelli infidi dati con la nocca del dito indice. Ti sembra di non respirare piu’, di non poterne piu’.

Volevo studiare arabo, perche’ mi piacevano i colori, perche’ mi piaceva il mare Mediterraneo. Volevo studiare ebraico, perche’ ci stava bene assieme all’arabo, perche’ la Bibbia e’ un libro interessante. L’altra sera non mi ricordavo piu’ queste cose, desideravo solo cambiare universo.

Il giorno dopo mi sono trovata a S.Giovanni d’Acri a guardare il mare seduta su una panchina. Risacca, cielo blu, mare blu, vento. Direi che mi ha ripulito l’animo e mi ha tranquillizzata. I colori e il Mediterraneo ci sono. Forse dovrei cominciare a portarmi dietro una piccola Bibbia, magari ottengo una riunificazione in me stessa.

A nna

Io mi preoccupo, e invece Tel Aviv fa sempre festa?

Nella speranza di rianimare questo blog ormai agonizzante, scrivo qualche riga sul mio ultimo viaggio in Israele, dal quale sono tornato da alcuni giorni.

Chi legge e mi conosce sa quali sono i vincoli che mi legano a questo paese, aggiungo che era la quarta volta che andavo e, in quest’occasione, la motivazione ufficiale era fare ricerche prima di presentare un progetto di PhD. Sono stato due settimane ospite a casa di una mia cara amica dell’Orientale di Napoli, che sta studiando per un anno all’università di Tel Aviv. Ho avuto modo di conoscere meglio questa città, alla quale finora avevo sempre preferito Haifa prima e Gerusalemme poi. Beh, mi sbagliavo perché Tel Aviv è una città davvero bella. E’ ovvio, non ha i monumenti e la storia di Gerusalemme.

Eppure, Tel Aviv è di una modernità e una “israelianità” eccezionali, e te ne accorgi camminando per i suoi viali con edifici Bauhaus, passando davanti alla casa di Bialik (il poeta nazionale israeliano), a piazza Rabin, facendo shopping per il Dizengoff Centre o nel mercato di Nachalat Biniyamin (che è una vera chicca: una sorta di Portobello o di Camden Passage londinesi trapiantato sul Mediterraneo, insomma per un anglofilo come me è il non plus ultra!). Il mare, i tantissimi locali notturni, i bar, i ragazzi israeliani che ho conosciuto: appassionati di cinema italiano, cultori della letteratura yiddish, giovani kibbutznikim. Tel Aviv è l’unica città in senso moderno di tutta Israele, piena di contraddizioni, tra la bohéme di Sheinkin (vicino a casa della mia ospite), la signorilità delle zone nord, il degrado della Stazione Centrale e dei quartieri lì attorno dove si accatastano le migliaia di immigrati filippini e russi. L’università ha una biblioteca ricchissima, come è il caso anche per quella di Gerusalemme dove sono stato per fare ricerca in alcuni archivi e dove ho incontrato la cara Roberta, gironzolando per la Città Vecchia. 

Una vecchia canzoncina israeliana dice che “ani do’eg, akh Tel Aviv tamid chogeget” che vuol dire “io mi preoccupo, e invece Tel Aviv fa sempre festa”. Ecco, non è proprio così però la canzone rende l’idea di quanto Tel Aviv sia per un verso davvero avvolta in una bolla, lontana dal conflitto fin quando esso non arriva nelle sue strade con un attentato o in casi di estrema gravità nazionale. Questo atteggiamento di apparente disinteresse di Tel Aviv e dei suoi abitanti verso ciò che agli occhi di un europeo è il tratto distintivo di Israele (cioé appunto il conflitto) in queste settimane mi ha fatto molto pensare e mi talvolta anche arrabbiare e rimpiangere Gerusalemme. Lì sei obbligato a pensarci, ti capita di passare da quartieri palestinesi a zone israeliane, la presenza ultraortodossa è imponente, spesso prendi l’auto e passi per i Territori, scorgendo i tetti delle colonie. 

A Tel Aviv, stai seduto a bere un cafeh afukh (buonissimo!!) in uno delle centinaia di caffé del centro, flirti col commesso di Celio al Dizengoff Centre, balli musica house in un locale di Sderot Rotschild ed è come essere (con le dovute proporzioni) a Londra o in una qualsiasi altra città medio-grande dell’Europa occidentale. Gli ortodossi in pratica non si vedono, mentre noti di più giovani israeliani alla moda, coppie di immigrati dalla Russia (questo però dappertutto in Israele), ragazzine vestite come Avril Lavigne, coppie gay… 

Si sta bene a Tel Aviv e questo benessere, peraltro non così generalizzato visto il degrado di certe aree della città, spesso a me (maschio, europeo, semi-ateo, omosessuale eccetera eccetera) metteva a disagio. Poi, forse, ci fai l’abitudine. E bevi un altro cafeh afukh, studi nella biblioteca dell’università insieme a due ragazze italiane, apri per la centesima volta la borsa per il controllo di sicurezza prima di entrare in un supermercato…

Poi una sera sei invitato da un professore israeliano ad una festa a casa di Amos Gitai, insieme a giornalisti tv israeliani, una poetessa yiddish ultraottantenne che canta una canzone che pare uscita da una storia di Sholem Aleichem (giuro che è tutto vero!). Poi a Gerusalemme incontri amici che non vedevi da qualche tempo, passi di nuovo davanti al Kotel (il cosiddetto “Muro del Pianto”) e un pochino, per la decima volta, ancora ti commuovi - sarà una mia deriva ebraica ma che dire? concedetemi almeno questo! 

Insomma, questo ennesimo viaggio in Israele mi ha lasciato ancora una volta confuso e felice. Forse è vero, “io mi preoccupo, e invece Tel Aviv fa sempre festa”. Ma se guardiamo bene, dietro le vetrine scintillanti di Sheinkin e le chiacchiere futili delle mie cene israeliane tra film americani, piéces teatrali, tra pollo arrosto, insalate e fragole alla panna in spregio a qualsiasi norma di kasherùt, dietro tutte queste cose permane un fondo di amarezza, pronto a riemergere non appena succede qualche cosa. 

In una serata trascorsa in un locale di piazza Dizengoff, c’era una canzone di Ben Artzi, “Karuselah”. E mi pare che una frase in particolar modo sintetizzi il modo di comportarsi di molti israeliani, una specie di “the show must go on” (sia quello cantato dai Queen che quello di Milva, o forse più di Milva?). Comunque la canzone dice che “qaruselah mistovevet be-ketzev mi-shelah”, “il carosello continua a girare col suo ritmo”.

E così anche noi insieme a Tel Aviv giriamo, giriamo con amarezza e un poco di rassegnazione. Sappiamo che non va tutto bene. Anzi, che va male. Ma tentiamo di mantenere il ritmo.

Dario. 

Passaggio in Yemen (2)

La seconda parte del mio diario di viaggio sullo Yemen è dedicata agli ebrei e a ciò che resta dell’ebraismo yemenita.                    

Forti di libri letti sulla antichissima e affascinante comunità ebraica yemenita, di qualche cena a ristoranti yemeniti in Israele, nonché di confuse notizie carpite da Internet e volenterosi ricercatori su presunti superstiti ebrei in villaggi a nord di Sana’a e nel governatorato di Sa’dah, io e le mie tre compagne di viaggio appena arrivati a Sana’a ci siamo armati di pazienza e siamo corsi alla shurta sahafiya (meglio nota come tourist police) per avere il permesso di andare, accompagnati da un autista yemenita, a Ra’idah, un ameno villaggio a nord della capitale dove le notizie in nostro possesso situavano il grosso degli ebrei yemeniti rimasti.               

Dopo aver scovato tre poliziotti sdraiati per terra a masticare qat, aver telefonato all’autista, coinvolto un poliziotto come traduttore telefonico dall’arabo all’inglese, otteniamo l’agognato permesso per Ra’idah. Inutile il tentativo per Sa’dah, zona tribale per la quale ci sarà negato il permesso.                           

Al mattino alle otto arriva l’autista che, subito, si convince che noi siamo quattro ebrei alla ricerca di propri confratelli dispersi. A nulla varranno i nostri tentativi di parlare arabo, sviare la conversazione eccetera. Ad ogni posto di blocco, l’autista ci presenta (più o meno) come ‘arba italiyyin o meglio: yahud. Evvai!!! Arriviamo a Ra’idah, salutiamo l’autista che va a pranzare per i fatti suoi e noi, subito, notiamo un bambino con le pe’ot, i riccioli degli ebrei ortodossi. Lo seguiamo e in men che non si dica ci troviamo in casa di una famiglia (moooolto allargata) di ebrei yemeniti, uomini, un vecchio pazzo che protesterà per l’assenza delle pe’ot a lato delle mie orecchie. Per farla breve, armati di registratore vocale e di fotocamere digitali, il nostro animo di antropologi e ebraisti prende il sopravvento e iniziamo a fare domande sulle sinagoghe, quanti sono, dove sono, se hanno rapporti con Israele, di cosa vivono, quali sono i rapporti coi vicini musulmani, le feste, come fanno a mantenere la kasherùt e molte altre domande. La conversazione, metà in ebraico, un po’ in arabo e ogni tanto col soccorso estremo dell’inglese, è alquanto bizzarra. Gli ebrei di Ra’idah parlano un ebraico talmente arabizzato da risultare a tratti incomprensibile, in più spesso si contraddicono tra loro (ad es. su quanti ebrei siano rimasti, nonché su altri argomenti).                                    

Qualche tazza di té dopo, un ebreo sulla quarantina che da subito era sembrato il più propenso al dialogo si offre di portarci al vecchio cimitero ebraico. Inizia un lento viaggio in jeep col nostro autista ormai definitivamente convinto di avere adesso addirittura cinque ebrei sulla sua macchina. Dopo aver sbagliato strada tre o quattro volte, arriviamo ai piedi di alcune montagne, in mezzo a campi coltivati e qualche rara casupola. Poi, poco più in là, nel bel mezzo del nulla: un campo di pietre bianche, quasi tutte rotte, mezze interrate, con erba e sterpi dappertutto. Io e la mia guru universitaria abbiamo un tuffo al cuore: è il cimitero. Ci avviciniamo e increduli riusciamo a leggere due lapidi, una soprattutto è piuttosto ben conservata: Rachel bat Avraham, Rachele figlia di Abramo. Sono in Yemen, sto parlando ebraico e mi trovo di fronte ad una tomba ebraica di chissà quale epoca. Se è un sogno, non svegliatemi.  Ma il meglio deve ancora venire.                       

Ancora storditi da quanto visto, torniamo a Ra’idah e da lì il nostro Yosef/Yusuf ci accompagna al villaggio accanto, dove c’è un’altra sinagoga (anch’essa però è chiusa perché il detentore delle chiavi è assente) e, soprattutto, due piccole scuole ebraiche per bambini e bambine. Arriviamo in un cortile inondato dal sole e, dietro una porta, in una stanza piena di polvere, troviamo una classe di nove o dieci bambine ebree che salmodiano in ebraico guidate da una maestra. Velate e/o con le colorate cuffie della tradizione ebraico-yemenita, ripetono parole in ebraico. Alle pareti l’alfabeto ebraico, libri che arrivano da Israele o con sovvenzioni di associazioni ebraiche americane. La scuola maschile è poco distante, e lì una classe di ragazzini con le pe’ot ripete altre parole in ebraico. Il maestro, da buon yemenita, mastica qat.                               

Dopo molti shalom, migliaia di barukh ha Shem (”benedetto il Signore”), todah (”grazie”) eccetera, totalmente abbacinati da quanto visto, fieri delle nostre foto, filmati e registrazioni, torniamo a Sana’a dopo il tramonto.                                     

In Yemen sono rimasti qualche centinaio di ebrei (200, 400: non si sa con precisione). Alcuni a Sa’dah, a Ra’idah, altri a Sana’a (dove esiste ancora un vecchio quartiere ebraico, con stelle di David su alcuni edifici e qualche ricordo carpito dagli abitanti più anziani, nella zona di El-Gah che abbiamo visitato qualche giorno dopo).                              

Gli ebrei che abbiamo incontrato, tra i venti e i cinquant’anni (bambini esclusi), sembrano vivere in modo piuttosto semplice, isolati dal resto della comunità non ebraica, limitati in molte cose da proibizioni governative. Alcuni vogliono emigrare in Israele e raggiungere parenti a Beer Sheva, Ashdod o negli USA. Parlano e scrivono in ebraico, spesso parlano arabo yemenita ma non sanno leggerlo perché è loro vietato frequentare scuole altre da quelle ebraiche del villaggio.                                             

Fino agli anni ‘50 gli ebrei yemeniti erano più di cinquantamila, oggi quasi tutti in Israele. Il futuro degli ebrei yemeniti sembra irrimediabilmente segnato, andando ogni giorno di più in direzione dell’estinzione. Eppure la diaspora yemenita è una delle comunità più antiche e affascinanti della storia ebraica. Una storia che inizia con re Salomone e la regina di Saba e attraversa i secoli per giungere fino a noi negli occhi pieni di speranza di dolcissime bambine ebree che ripetono preghiere in ebraico, così come facevano le loro madri e le loro nonne, e così all’indietro nel tempo fino a quella Rachel bat Avraham (e mi sia concesso dire: zichronah li-vrachah, “sia benedetta la sua memoria”: e che sia davvero benedetta, se nel 2007 io ho potuto leggere il suo nome su una lapide semi distrutta) che, oggi, riposa in un cimitero abbandonato e ignoto a tutti, ai piedi delle alte montagne dello Yemen.                                      

Dario                                  

-Fine della seconda parte- 

Passaggio in Yemen (1)

Come promesso, eccomi tornato sul blog per raccontarvi del mio recentissimo viaggio in Yemen: una settimana intensa tra Sana’a, ciò che resta dell’ebraismo yemenita e le antiche rovine sabee di Marib. Io, insieme con tre fantastiche compagne di viaggio, abbiamo viaggiato tra la capitale, dove avevamo l’albergo, e i villaggi a nord e nord-est di Sana’a, guidati da un simpatico autista yemenita, Ali, nostra guida durante le gite “fuori porta”.Sana’a è una città bellissima, davvero particolare e affascinante. Il suq e la medina, i palazzi antichi patrimoni dell’Unesco, caravanserragli ancora in funzione, ristorantini dove mangiare seduti per terra (e senza posate, che in Yemen non esistono o quasi). Per non dire dei villaggi vicini: Kaukaban, Shibam, Thula, borghi abbarbicati a quasi 3000 metri di altezza, pieni di bambini che ti chiedono con ansia “Sura, sura, sura, qalam…..” e tu da bravo turista fai loro una foto, gliela mostri sullo schermo della fotocamera. La bellezza del paesaggio (pur con i prodromi di qualche scempio all’ambiente: ad esempio una sfilza orrenda di tralicci dell’alta tensione nel bel mezzo della valle rocciosa da Sana’a a Marib), dei panorami, contrasta con l’estrema povertà e la sporcizia di molte cittadine. Bambini che vivono in mezzo alla strada, strade completamente dissestate, fogne a cielo aperto o pressappoco.Marib, a circa 300 km da Sana’a, è la città che circa 3000 anni fa fu la capitale del grandioso regno dei Sabei (da cui la regina di Saba). Oggi è un villaggio di poche case, in una delle zone più difficili e pericolose dello Yemen, soggetta a continue lotte tribali. La visita alla famosa diga di Marib e alle rovine sabee nel deserto avviene stando sempre scortati da un’auto della polizia, intorno alla città poi giravano tantissime jeep militari, camionette con mitragliere, persino un carro armato. Per non dire della quantità di fucili e armi che vedevi indosso agli uomini e ragazzini.Una cosa che mi ha molto colpito è che TUTTi e dico TUTTi masticano in continuazione questa specie di erba - droga leggera che è il qat. Da dopo pranzo fino a sera tutti sono sdraiati nei bar, nei negozi, nel suq, ovunque e masticano arrivando ad avere in bocca delle palle di qat di dimensioni inimmaginabili che rendono del tutto impossibile a me che già fatico con la lingua araba in situazioni normali, qualsiasi tipo di conversazione. Al contempo secondo noi il qat favoriva la contrattazione nel suq, quindi se volete fare shopping andate al mercato dopo pranzo quando i venditori sono già un po’ rintronati dalla masticazione e avrete prezzi più vantaggiosi.Poi le donne, TUTTE completamente velate con questi enormi veli neri che coprono tutto il corpo e lasciano visibili solo gli occhi. Quando vedevamo un volto femminile scoperto, pur circondato da una massa nera sui capelli e il resto del corpo, sembrava già chissa quale conquista. Una ragazza italiana, ex càcappelliana, che è lì alcuni mesi per lavoro ci ha spiegato che da dopo la 1a guerra del Golfo e poi ovviamente negli ultimi anni, in Yemen è in atto un deciso processo di radicalizzazione dell’Islam che prima, pur essendo sempre una società tradizionale e abbastanza conservatrice, era molto meno pressante. Si vede sui volti delle donne, si percepisce osservando la quantità di persone che il venerdì corrono verso la Grande Moschea per pregare, si sentiva nella rabbia e nel fervore coi quali i muezzin chiamavano alla preghiera: un adhan ben diverso dalle melodie maghrebine o dai richiami mistici di Gerusalemme.Dario.- Fine della prima parte -